Albino Luciani, nello spazio di un sorriso

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Il 26 agosto dello scorso anno, il vescovo di Belluno-Feltre, Mons. Vincenzo Savio, tra gli applausi scroscianti dei fedeli annunciava l’inizio dell’istruttoria per la causa di canonizzazione di Papa Giovanni Paolo I, Albino Luciani. Quel giorno cadeva, e non a caso, la felice ricorrenza della sua elezione al soglio pontificio, e veniva posta la prima pietra, per così dire, di quel lungo iter ecclesiastico che un giorno porterà Papa Luciani, a Dio piacendo, alla gloria degli altari. Solitamente compete alla diocesi nella quale il futuro santo muore farsi carico dell’avvio del procedimento. Ma a Roma Luciani è vissuto troppo poco. L’iniziativa ha preso quindi avvio dalla diocesi di Belluno-Feltre, dove Luciani è nato e cresciuto, dove è diventato sacerdote e ha svolto per vari anni il suo ministero.

Esistono già numerose testimonianze, tutte documentate, di persone che hanno ricevuto grazie e miracoli per sua intercessione. Tra le tante, una sembra degna di particolare attenzione: la guarigione inspiegabile di un giovane veneto, oggi padre di famiglia. Diversi anni fa egli soffriva di una grave forma tumorale e si recò in devoto pellegrinaggio a Canale d’Agordo, il paese natale di Papa Luciani, invocando dal Signore la grazia per la sua intercessione. Perfettamente guarito, quel giovane si è poi laureato, si è felicemente sposato ed ha avuto dei figli.

Nato il 17 ottobre 1912 a Forno di Canale (poi diventato Canale d’Agordo) da Giovanni e Bortola Tancon, la fanciullezza di Albino Luciani si era svolta tra la bellezza delle valli e delle montagne del suo paese natale, nelle sofferenze della Prima Guerra Mondiale e la povertà di una famiglia contadina. A 10 anni era nata la sua vocazione sacerdotale, per la predicazione di un frate cappuccino. Nel 1923 aveva fatto il suo ingresso in seminario, a Feltre prima, poi, nel 1928, a Belluno. Il 7 luglio 1935 ricevette l’ordinazione sacerdotale.

Cappellano ad Agordo, dove insegnò religione presso l’Istituto Tecnico Minerario, nel 1937 fu nominato vice-rettore del Seminario di Belluno. Nel 1954 è vicario generale della diocesi; quindi, nel 1958, viene consacrato vescovo di Vittorio Veneto da Papa Giovanni XXIII. Undici anni dopo Paolo VI lo nominava Patriarca di Venezia, creandolo poi cardinale.

Nell’agosto del ’78, alla morte di Paolo VI, il cardinale Luciani giunse a Roma per il conclave. Celebrò la Messa nella chiesa di San Marco (presso Piazza Venezia), di cui portava il titolo cardinalizio. Nell’omelia parlò ai fedeli della Vergine, Madre della Chiesa, sorella nostra, invitando ripetutamente a pregare la Madre di Dio per l’elezione del Papa, per il futuro Papa. Ma il Patriarca non pensava minimamente a se stesso. Anzi, era talmente certo di tornarsene a casa che, il giorno stesso dell’entrata in conclave, andrà a sollecitare il meccanico perché aggiusti in fretta la sua vecchia auto, rottasi alle porte di Roma: “Mi raccomando, fate il più presto possibile. Dovrò ritornare a Venezia tra pochi giorni e non saprei come fare a recuperare la vettura se dovessi lasciarla qui…”.

La Provvidenza invece aveva disposto le cose diversamente e il 26 agosto, dopo appena un giorno di conclave, dalla loggia di San Pietro si affacciava sorridente il cardinale Felici a pronunciare la formula di rito: “Habemus Papam! Eminentissimum ac reverendissimum Dominum, Albinum … – scandiva con tono solenne – … Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalem Luciani!”.

La folla radunata nella piazza esplodeva in un tripudio di gioia mentre le campane di San Pietro inondavano di suoni maestosi il cielo di Roma.

A Canale d’Agordo era un tripudio di festa ancora più grande: “Hanno fatto Papa don Albino!“. Per i suoi compaesani, infatti, il successore di Pietro, già Vescovo e poi Patriarca, rimaneva sempre “l’Albino”, il loro “don Albino”, l’umile figlio dell’aspra terra bellunese.

Il 26 agosto 1978 Luciani viene eletto 263° successore di Pietro, prendendo per la prima volta nella storia dei papi un doppio nome. “Mi chiamerò Giovanni Paolo” – rispose al cardinale che subito dopo l’elezione gli chiedeva con che nome volesse essere chiamato. “Intendiamoci – spiegherà l’indomani, dalla loggia della Basilica Vaticana –, io non ho né la sapientia cordis di Papa Giovanni né la preparazione e la cultura di Papa Paolo; però sono al loro posto, devo cercare di servire la Chiesa. Spero che mi aiuterete con le vostre preghiere”.

Il nuovo Papa ha l’occhio vivace e limpido, il volto innocente di un fanciullo, il sorriso aperto. La voce è un po’ flebile, l’aspetto schivo e alquanto dimesso, tanto che qualche ‘irriverente’ lo giudicherà “scolorito”; però quando apre la bocca il suo discorso semplice ha parole che sanno andare dritte al cuore. Tutti ne vengono conquistati, anche gli indifferenti e i ‘lontani’.

“Noi siamo oggetti da parte di Dio di un amore intramontabile. Sappiamo: ha sempre gli occhi aperti su di noi, anche quando sembra ci sia notte. È papà; più ancora: è madre!” – disse all’Angelus di domenica 10 settembre. Una frase ormai storica, ispirata a un passo del profeta Isaia, che allora – amplificata dai mass media – impressionò moltissimo l’opinione pubblica mondiale.

I giornali cominciarono a chiamarlo “il Papa del sorriso“. Si attendevano con grande interessse le sue udienze generali. Papa Luciani poté tenerne solo quattro: una sull’umiltà (che gli stava molto a cuore, avendo scelto per sé il motto “Humilitas”), le altre tre sulle virtù teologali: fede, speranza e carità. E parlò come un semplice catechista qualsiasi. E catechista nel profondo del cuore egli si era sempre sentito: da parroco prima, poi da vescovo e da Patriarca, infine da Papa. Sbriciolare con semplicità le grandi verità della fede, spezzando agli umili il pane del Vangelo: questo era stato sempre il suo obiettivo, il suo programma: una precisa scelta pastorale.

Da giovane seminarista, infatti, Albino Luciani durante l’estate aveva provato a scrivere qualche articolo per il bollettino parrocchiale di Canale d’Agordo ed il Parroco, paziente, gli correggeva i testi con calma, spiegando: “Vedi, Albino, quando scrivi pensa che il tuo articolo deve essere capito anche da quella vecchietta che sta lassù, in cima al paese, che non ha studiato e sa appena leggere”.

Si può dire che Papa Luciani ebbe sempre quella vecchietta davanti agli occhi, anche quando giunse sul soglio di Pietro. Per questo la gente lo amava. E non l’ha mai dimenticato, pur se il suo pontificato è durato lo spazio di un mese. Ma – come ebbe a dire il suo successore Karol Wojtyla, che prendendone il nome ne assunse implicitamente l’eredità – “trentatre giorni bastano come tempo dell’amore“.

“Personalmente, quando parlo da solo a Dio e alla Madonna – confessava candidamente Papa Luciani –, più che adulto, preferisco sentirmi fanciullo. La mitria, lo zucchetto, l’anello scompaiono; mando in vacanza l’adulto e anche il vescovo, per abbandonarmi alla tenerezza spontanea, che ha un bambino davanti a papà e mamma… Il rosario, preghiera semplice e facile, a sua volta, mi aiuta a essere fanciullo; e non me ne vergogno punto”.

Ecco allora svelato il segreto spirituale di questo indimenticabile pontefice: la devozione a Maria. Una devozione semplice e filiale, che vedeva in Maria il vero modello dell’anima religiosa, madre da invocare e sorella da imitare. Modello di una santità alla portata di tutti, da raggiungere facilmente nell’adempimento dei propri doveri quotidiani, nella fede e nell’obbedienza umile e lieta. “È bello venerarla come Vergine e Madre di Dio, Assunta, Immacolata; però – osava sostenere Papa Luciani – la si può anche chiamare la ‘Madonna dei piatti, della scopa, delle pentole’, perché lavava i piatti, preparava le refezioni, scopava i pavimenti. Non ha fatto cose straordinarie; ha fatto queste cose comuni in maniera non comune: quello che facevano le altre donne, ma santamente, congiunta al suo Figlio Gesù, come dice il Concilio. Ciò che dovremmo fare anche noi”.

Maria ci precede nel nostro cammino terreno, è lampada davanti ai nostri passi; “per questo – diceva ancora Giovanni Paolo I – onoreremo la Vergine specialmente imitando le sue virtù e percorrendo gli scalini tracciati dall’umile ‘teologia dei poveri’: pentirci dei nostri peccati, confessarcene, fare penitenza, resistere alle nuove insorgenti tentazioni, condurre vita santa”.

Papa Luciani non ebbe il tempo di scrivere alcuna enciclica, né compì viaggi apostolici. Non voleva neppure essere eletto Papa, ma accettò per servire la Chiesa. Per un misterioso disegno di Dio è rimasto solo trentatre giorni sul trono di Pietro; ciò non ostante, ha lasciato un’impronta indimenticabile nella Chiesa e nel mondo.

Questo Papa, a cui bastarono tanti giorni quanti gli anni vissuti da Cristo sulla terra per farsi amare, non è stato, dunque, quella “meteora” di cui qualche volta si parla. Tutt’oggi, a venticinque anni dalla morte, avvenuta nella notte del 28 settembre ’78, per infarto cardiaco, “don Albino” parla ancora. Alla chiesa parrocchiale di Canale d’Agordo che lo accolse al fonte battesimale e dove celebrò la sua prima Messa, il pellegrinaggio dei devoti è continuo. E tante realtà ne perpetuano la memoria, come “Humilitas”, il periodico che dà conto della sua figura, raccogliendo anche importanti testimonianze sul suo operato; e come il “Centro di Spiritualità e Cultura Papa Luciani”, aperto a Santa Giustina Bellunese, dove arrivano ogni giorno, provenienti da tutto il mondo, lettere, testimonianze, tesi di laurea sul suo magistero, richieste di grazie: migliaia di messaggi e incessante tributo di devozione verso il “papa del sorriso”.

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articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – aprile 2003 – all rights reserved

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Maria Amata Di Lorenzo

Terapeuta a indirizzo psicobiologico, Maria Amata Di Lorenzo è specialista in psicologia della salute ed esperta in guarigione del sistema mente-corpo e medicina energetica, ha conseguito inoltre la preparazione in Assertiveness Coaching, per la gestione emozionale dei conflitti interpersonali in ambito familiare, affettivo e professionale. Maria Amata ha conseguito in precedenza una laurea in Lettere Moderne, lavorando per diversi anni nel giornalismo e nell'editoria e acquisendo competenze specifiche nel web marketing. Successivamente ha studiato Scienze della salute psicologiche e sociali, specializzandosi come terapeuta nell'ambito della consulenza psicobiologica. È autrice di numerosi libri - romanzi, raccolte di poesie e saggi letterari e spirituali - tradotti in diverse lingue (inglese, portoghese, spagnolo, polacco, turco, ceco, sloveno). Il suo blog è www.mariamatadilorenzo.it
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One thought on “Albino Luciani, nello spazio di un sorriso

  1. “Trentatre giorni bastano come tempo dell’amore”: bellissime parole di Giovanni Paolo II. E bellissimo ricordo, il tuo. Grazie.

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