Giacomo Leopardi. Nella lontananza infinita di Dio

© Maria Amata Di Lorenzo – all rights reserved

Neopagano, nichilista, mistico senza Dio. Lo hanno definito in molti modi, ma di certo non è possibile racchiudere la sfaccettata personalità umana e letteraria del maggior poeta italiano dell’Ottocento in una rigida nonché univoca gabbia interpretativa.

Tutto in Giacomo Leopardi agisce e si muove secondo la logica degli opposti (vita-morte, Dio-nulla, immaginazione-‘arido vero’) così da non poter assolutamente essere rappresentato dalla parzialità delle riduzioni ideologiche, che si sono via via sovrapposte nel corso di quasi due secoli. Come scrisse il De Sanctis, Leopardi è quell’autore che “odia la vita e però te la fa amare”.

Ma c’è di più. Se accade che “in Dante il cristianesimo è la forma di una civiltà, in Manzoni la visione di un mondo guidato dalla Provvidenza. In Leopardi il mondo – tutto: la storia, la società, il progresso – è scomparso. Non rimane che l’uomo, ma la solitudine dell’uomo è come il segno di una presenza”. Lo scrive assai efficacemente don Divo Barsotti nel suo studio sul poeta recanatese (“La religione di Giacomo Leopardi”, San Paolo, nuova ed. 2008) stabilendo il nesso inequivocabile tra il pessimismo del poeta e la ricerca del trascendente che in questo irriducibile pessimismo si annida.

È lecito allora parlare di religione nell’opera di Giacomo Leopardi?

Il poeta è stato sovente dipinto dalla critica ufficiale come l’assertore del nulla e della “infinita vanità del tutto”. Ma il sentimento religioso della vita, lo sappiamo bene, è qualcosa di più della pura e semplice appartenenza a una fede. E in tal senso, seppure Leopardi non fu mai cristiano – giacchè non conobbe mai il vero volto del cristianesimo, ridotto a un vuoto formulario di regole dall’educazione formalistica ricevuta in famiglia – non si può certo ignorare la potente interrogazione metafisica che pervade l’intero corpus delle sue opere.

Nato a Recanati il 29 giugno 1798, Giacomo Leopardi aveva trascorso l’infanzia e la prima giovinezza studiando nella ricca biblioteca del padre, il conte Monaldo, che era un bibliofilo, e in quelli che lui stesso ebbe a definire “sette anni di studio matto e disperatissimo” (dal 1809 al 1816) si era impadronito grandemente della cultura classica, elaborando (tra il 1816 e il 1819) il primo passaggio dall’erudizione al bello, e dal bello al vero, mentre si acuivano i problemi di salute e la sua crescente insofferenza verso l’asfittico luogo natio.

Nel 1819 si ammala agli occhi, malattia che condurrà il suo fisico già debole a soffrire per il resto della vita, e c’è un primo tentativo di fuggire da Recanati, divenutagli insopportabile, tentativo andato a vuoto giacché il padre scopre e blocca la sua fuga.

Nel 1822 compie un viaggio a Roma, che carica di aspettative presto deluse: la vita in casa di uno zio materno riproduce lo stesso ambiente asfittico da cui era fuggito. Torna allora a Recanati, per poi lasciarla e trasferirsi a Milano, quindi a Bologna, Firenze e Pisa. Nel 1828 torna nuovamente a Recanati, per poi abbandonarla definitivamente nel 1830. Gli ultimi anni della sua vita il poeta li trascorre tra Firenze e Napoli, dove morirà nel 1837, a soli 39 anni di età.

“Giacomo Leopardi mi aveva fatto giurare di chiamargli il prete, se lo vedessi in pericolo; e così ho fatto, ed ebbe il prete, e il Viatico e tutti i sacramenti”. Così avrebbe testimoniato l’amico che a Napoli lo ospitò nell’ultimo scorcio della sua vita, Antonio Ranieri, avvalorando la tesi di una sua dipartita “da cristiano”. Ma, credente oppure no, que­llo che è chiaro è che nell’opera leopardiana c’è una domanda continua che risuona, il senso ineludibile di un’inquietudine me­tafisica.

Uno dei componimenti più significativi della sua produzione poetica è il Canto notturno di un pastore errante per l’Asia: “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi che fai, / Silenziosa luna?/ Sorgi la sera, e vai, / Contemplando i deserti; indi ti posi. / Ancor non sei tu paga / Di riandare i sempiterni calli? / […] Dimmi […] a che vale /… la […] vita mortale? / … ove tende / Questo vagar mio breve / […] Se la vita è sventura, / Perché da noi si dura? / …Forse in qual forma, in quale / Stato che sia, / dentro covile o cuna, / È funesto a chi nasce il dì natale”.

In esso, come vediamo, si fondono tutte le domande fondamentali dell’esistenza, in una interrogazione cosmica che non trova risposta. Per questo il poeta è stato anche definito un “ateo religioso”, per tale suo costante interrogarsi sulla vita destinato a non avere mai altra risposta che il silenzio.

“Nella lontananza infinita di Dio”, scrive don Barsotti, “il poeta sentì che la sua parola si perdeva soltanto nel silenzio”. E fu così che la sua religione divenne rivolta. Nel pensare leopardiano nessuno prende il posto di Dio, nessun mito di progresso umano, nessuna illusione sulle magnifiche sorti e progressive dell’umanità, nessuna filosofia. Il mondo è vuoto. E in questo vuoto il poeta lancia il suo grido, quasi una bestemmia verso il cielo, ed è il grido di chi non accetta le facili consolazioni del mondo, le sue “illusioni”.

Così il senso religioso si rivela proprio là dove sembrerebbe che sia negato. Leopardi, sostiene il critico P. Ferdinando Castelli, mostra ”l’aspirazione a una realtà trascendente; ciò che la vista provoca, il silenzio indica e il ricordo suscita è l’esistenza di un altro mondo che attrae tutta l’anima a sé e già in qualche modo misteriosamente si fa presente nel cuore”. Di qui il carattere “eminentemente religioso, più che filosofico” del pensiero leopardiano, secondo P. Castelli. Dio resterebbe il soggetto della poesia e del pensiero di Leopardi “perchè tutto in lui rimanda a quello che è oggetto e fine del desiderio, tanto più presente e vivo, dolorosamente, quanto meno è creduto, quanto è più negato”.

Tra il novembre e il dicembre del 1816, Giacomo Leopardi scrive un componimento intitolato L’appressamento della morte, composto in terzine dantesche. Il richiamo a Dante è non solo nell’uso della forma metrica. In maniera sorprendente, infatti, il testo si conclude come la Commedia dantesca con un’invocazione alla Madonna. Scrive: “O Vergin Diva, se prosteso mai/ Caddi in membrarti, a questo mondo basso, / Se mai ti dissi Madre e se t’amai,/ Deh tu soccorri lo spirito lasso/ Quando de l’ore udrà l’ultimo suono, / Deh tu m’aita ne l’orrendo passo”.

Leopardi invoca la Madonna perché possa soccorrerlo nell’ora della morte, e questa invocazione fa il paio con quella contenuta negli abbozzi degli Inni cristiani, progettati e mai attuati da Leopardi nell’estate del 1819. Il critico Giovanni Getto la commenta così: “Sono poche righe, ma di una pienezza e di una sincerità tali da farne una preghiera unica, quale non è dato di trovare facilmente nella letteratura di devozione. Una preghiera che invita a pregare, come non invitano evidentemente, per la loro elaborata natura artistica, le celebri invocazioni di Dante, di Petrarca, Manzoni”.

La Madonna, invocata sotto il titolo di Consolatrice degli afflitti, era venerata nella cappella gentilizia dei conti Leopardi, in un dipinto eseguito nel 1737 a Vienna e portato a Recanati dal cappuccino P. Giovanni Biscia. Era questa l’immagine davanti a cui aveva pregato tante volte Giacomo bambino. A lei, dunque, il poeta poteva rivolgersi con fiducioso abbandono: “A Maria. È vero che siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo, siamo tanto infelici. È vero che questa vita e questi mali sono brevi e nulli, ma noi pure siam piccoli e ci riescono lunghissimi e insopportabili. Tu che sei già grande e sicura, abbi pietà di tante miserie.”

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Maria Amata Di Lorenzo

Terapeuta a indirizzo psicobiologico, Maria Amata Di Lorenzo è specialista in psicologia della salute ed esperta in guarigione del sistema mente-corpo e medicina energetica, ha conseguito inoltre la preparazione in Assertiveness Coaching, per la gestione emozionale dei conflitti interpersonali in ambito familiare, affettivo e professionale. Maria Amata ha conseguito in precedenza una laurea in Lettere Moderne, lavorando per diversi anni nel giornalismo e nell'editoria e acquisendo competenze specifiche nel web marketing. Successivamente ha studiato Scienze della salute psicologiche e sociali, specializzandosi come terapeuta nell'ambito della consulenza psicobiologica. È autrice di numerosi libri - romanzi, raccolte di poesie e saggi letterari e spirituali - tradotti in diverse lingue (inglese, portoghese, spagnolo, polacco, turco, ceco, sloveno). Il suo blog è www.mariamatadilorenzo.it
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7 thoughts on “Giacomo Leopardi. Nella lontananza infinita di Dio

  1. Grazie, Maria Amata, del tuo articolo.

    Condivido tutto quanto scrivi sulla figura di Leopardi.

    Certo non è un cristiano, cioè un seguace di Cristo. Non riconosce apertamente la rivelazione, ma come scrivono Don Barsotti, Padre Castelli – e anche Don Giussani nel suo bellissimo libro su Leopardi “Cara beltà” edito dalla BUR nella collana “I libri dello Spirito cristiano – è un uomo che lascia aperta la domanda.

    La poesia del pastore errante con le sue domande esistenziali alla luna,sul perchè delle stelle e la grande domanda “ed io che sono?”, sono una testimonianza incontrovertibile che dentro di lui pulsa la presenza del Mistero. Cioè una posizione religiosa di fronte alla realtà.

    E’ una letterale idiozia definire Leopardi un “ateo”.

    Grazie, Maria Amata, delle tue parole e di quanto fai per tanti…

    Franco Casadei di Cesena

  2. grazie a te, Franco, per la tua lettura attenta… e ringrazio pure Alberto. Concordo con voi, soprattutto con quello che dici tu, Franco. In Leopardi pulsa la presenza del Mistero, vale a dire una posizione religiosa di fronte alla realtà. Andrebbe approfondito.

  3. Penso che Leopardi , nel pessimismo che ha caratterizzato tutta la sua vita alla ricerca continua di placare il tormento della sua anima, sia stato un uomo che ha creduto molto invece…altro che ateo!Si può credere in tante cose nella vita senza per questo essere credenti!E’ vero ciò che si è detto che egli ” ha una posizione religiosa di fronte alla realtà” per il semplice fatto che ha speso la sua breve esistenza nel cercare di capire, svelare, approfondire i misteri che ci ruotano attorno . Leopardi ama, crede, ed ha tanto rispetto per la vita, è attratto dal mistero e dal mistico, ma è molto più vicino lui a Dio di chi forse pensa di essere un credente convinto e di avere uno spirito cristiano! E’ la mia opinione naturalmente. Un cordiale saluto.

  4. ho letto con interesse il tuo scritto. Io studio e scrivo su Leopardi da quasi vent’anni, orientandomi proprio sulla sua spiritualità. Ho studiato le fonti bibliche presenti non solo nell’Opera ma anche nella sua storia personale. Ti seguirò con piacere. Grazie!

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