Il tempo che oggi ti dorme nel cuore

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Per voi lettori 

«All’età di sei anni mi capitò di abitare, insieme con la mia famiglia, un semaforo solitario posto sulla cima di Capo d’Orlando, in faccia alle Eolie». Così cominciava il racconto della sua infanzia Turi Vasile, era un giorno d’inizio estate del 1993, mi ricordo, e il suo racconto dal tono vagamente favolistico, a metà strada fra la prosa del quotidiano e l’affabulazione della memoria, mi conquistò.

Abitavo a quel tempo a poca distanza dal luogo in cui lui, già piuttosto avanti negli anni, continuava ancora a lavorare con giovanile entusiasmo, un villino in stile Liberty nel quartiere romano di Montesacro, e in quel villino che io raggiungevo a piedi in meno di cinque minuti, appena girato l’angolo di casa mia, a piazza Sempione, l’ho udito spesso narrare le storie della sua vita in Sicilia, la sua “prima vita”, interrotta dal trasferimento nella Capitale all’età di diciotto anni.

Qui poi, a Roma, sarebbe incominciata per lui un’altra storia, la storia di un uomo, di un intellettuale che ha percorso il ventesimo secolo nel segno dell’arte, via via coniugata in modi diversi. Turi Vasile, nato a Messina nel 1922 e morto a Roma nel 2009, è stato uno scrittore, un regista, uno sceneggiatore, un commediografo, un produttore cinematografico, interessandosi anche di giornalismo, di radio e di televisione.

È stato, soprattutto, il bambino che io racconto in queste microstorie in versi. Un bambino isolano che attraverso dolori e speranze, vittorie e lacrime, un po’ alla volta ha imparato a diventare un uomo. Un uomo che poi troverà la propria realizzazione umana e professionale lontano dalla sua Sicilia – amaro destino di fuga di tanti isolani! – ma che alla sua terra resterà sempre indissolubilmente legato, con il suo cuore insulare e la sua invitta capacità di educarsi alla vita attraverso la quotidiana disciplina del dolore.

«All’età di sei anni mi capitò di abitare, insieme con la mia famiglia, un semaforo solitario posto sulla cima di Capo d’Orlando, in faccia alle Eolie». Tutto comincia da qui, da questo faro che si erge favoloso sui giorni di ieri. Giorni di attese e di sogni, di emozioni segrete e di continue scoperte in cui – bambino – lo attanaglia la paura del vento, la sua voce terribile, insieme allo scatenarsi degli elementi, in quel lembo di terra, sospeso fra cielo e mare, che è il semaforo solitario di Capo d’Orlando.

Giorni in cui – adolescente – lo assale il tremendo morbo isolano, la “lissa”, la vertigine oscura del sangue che pulsa dentro le vene, e che – adulto – saprà come stemperare nella malinconia del ricordo. Giorni in cui non accade mai niente di veramente eccezionale: semplicemente la vita, l’avvicendarsi naturale del giorno e della notte, il geometrico alternarsi delle stagioni; ed è già molto.

Giorni in cui la vita è come un’erma bifronte e il sogno vi possiede lo stesso spessore della realtà. Quella fantasia visionaria che – da bambino – lo teneva chiuso in casa, divorato da un’ansia spasmodica di conoscenza, a leggere e fantasticare il proprio futuro, e che – da grande – tradurrà in creazione fantastica, in quell’immaginazione che, tornando ai giorni perduti di ieri, spalanca la credenza dei profumi segreti di un’isola a forma di cuore.

Questa raccolta di versi uscì in forma privata nel 1994 con il titolo Quaderno Siciliano. Una plaquette poetica diffusa soltanto tra gli amici e gli “addetti ai lavori”, letterati e intellettuali che lessero questi versi e li giudicarono molto favorevolmente. Adesso questi versi, cari lettori, sono offerti a voi, con lo stesso amore, da me che li ho scritti. Vi ringrazio per averli accolti.

Maria Amata Di Lorenzo

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QUESTO LIBRO CI PIACE PERCHÉ…

La parola alla critica

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La Di Lorenzo, alla sua seconda pubblicazione di versi, tende a evocare le memorie dell’infanzia, la fedeltà della terra, un antico amore, il sentimento del tempo che passa. È una poesia corposa e incalzante, sconvolta da ritmi interni molto personalizzati, dove si alternano ricordi e problemi esistenziali ad interrogativi angosciosi. C’è una sorta di consapevolezza della realtà e un approdo al mito in motivi pressoché inediti. Quella dell’A. è un’anima inquieta che cerca una verità con cui fondersi nell’universale relatività della vita, in modo da pervenire alla consapevolezza di sé e del vivere, in una poesia che si fa storia e cronaca insieme. Fedele all’enigma del tempo, s’impegna nella ricerca dei momenti dell’esperienza umana. La Sicilia è la vera protagonista della raccolta. Non soltanto per la poesia intitolata “Vacabunnaria” (l’unica in dialetto siciliano), ma per i molteplici riferimenti a tradizioni, luoghi e stilemi relativi alla Sicilia.

© Emanuele Schembari [“Arenaria”, n. 31-32 p.99]

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Ogni verso è un messaggio come ogni goccia d’acqua è il riflesso dell’universo. E ogni messaggio è un ponte ideale tra l’io e l’altro, tra il presente e i due poli del tempo. Quaderno Siciliano ha tutto il sapore di un diario di ricordi, il quale, ancorché rivelato, resta “segreto”, circonfuso com’è da un alone di ambiguo dolce mistero in cui l’occasionale ignoto interlocutore può scoprire anche ciò che non c’è scambiandola con una parte della propria storia. L’importante è essere riusciti ad accendere “a distanza”, come in un marchingegno magico, una sintonia di emozioni: ciò che conta è trovare consensi interiori, non confessori curiosi e indulgenti. Dopo tutto, nella sua sconfinata varietà, l’esistenza (a dispetto della unicità vantata dall’individuo) è sconsolatamente monotona.

Come la più grande biblioteca non fa che combinare sempre le stesse poche lettere dell’alfabeto, così la parabola della vita è una sempre nuova ricerca affannosa che, attraverso le fasi biologiche dell’ascendenza e della discendenza, dell’adolescenza e della senescenza, del miraggio e del ricordo, ritorna puntualmente all’interrogativo del punto di partenza. La poesia serve proprio a questo: a usare miraggi e ricordi come strumenti di penetrazione dell’infinito per soddisfare attraverso l’immaginazione quella segreta aspirazione all’eterno che è in ciascuno di noi.

La Di Lorenzo ci riesce e prova ne sono queste “risposte” suscitate in me. L’Autrice, giornalista, per altro impegnata in molteplici attività letterarie, radiofoniche e teatrali, non è siciliana di nascita ma una qualche esperienza la lega affettivamente alle peculiari caratteristiche dell’Isola, fino ad apprezzarne la parlata, almeno quella semplice e maliosa dei sentimenti semplici della gente comune. La silloge di composizioni, che la stessa A. definisce “microracconti in versi“, è dedicata a “Turi”. «Un bambino isolano – sono ancora le parole della Di Lorenzo – che attraverso dolori e speranze, vittorie e lacrime, diventa uomo. Un uomo che troverà la propria realizzazione umana e professionale lontano dalla sua Sicilia (amaro destino di fuga di tanti isolani) ma che alla sua terra resterà sempre – indissolubilmente – legato, con il suo cuore insulare e la sua invitta capacità di educarsi alla vita attraverso la quotidiana disciplina del dolore».

È questa la chiave di lettura del testo. Il “prologo”, introdotto dalle seguenti parole di Giampiero Neri: «Viaggiatore notturno nella città, / una lettera è spedita al tuo nome, / una corrispondenza che credevi interrotta / ritorna con misteriosi legami, / considera la tua fedeltà al passato», e intitolato “Raccontastorie”, suggella come meglio non potrebbe, la mia prima impressione. «È nel cavo delle mie mani / il tempo che oggi ti dorme nel cuore». La prima parte del libretto, contrassegnata dalla voce Mythos, fonde l’immagine mentale con il ricordo della cosa – l’Isola amata – che, per l’appunto, mitizza: «intorno al porto di Messina / è culla d’acqua / che accresce lo sgomento / degli abissi che s’aprono ai tuoi sguardi (…)/ e all’improvviso t’appare / più lontana, più sconosciuta, laggiù / la terra».

La nostalgia forma un «nodo delle tue lacrime che si scioglie / ora nel petto». L’A. allarga lo sguardo commosso e “vede” Capo d’Orlando e Punta Milazzo e qui «il filo di fumo dirigersi / alle chiuse del vento». Dai rilievi geografici passa ai sentimenti tipici degli isolani. Con “lissa” si denota un improvviso stato di deliquio: l’A. lo sfuma e l’addolcisce in uno stato d’inquietudine e di stress esistenziale. È termine greco. Chiude (la prima parte) con “Vacabunnarìa” (vagabondaggio) in cui il comune amico Salvatore Di Marco ha reso quanto meglio non avrebbe potuto la sensibilità sicilianòfila della nostra Poetessa. «E sugnu tempu / e vuci di stiddi / sugnu aceddu / e sonnu di petri / davanti ‘o mari» (“E sarò tempo /e voci di stelle / sarò uccello / e sonno di pietre / davanti al mare”).

Nella seconda parte, Mneme (memoria), approfondisce il tracciato ricorrendo graziosamente a qualche voce siciliana per rendere meglio il contesto psico-etnico. Parla della burrasca che «ti scippa mezza nasca» (che porta via metà del caratteristico naso schiacciato o camuso); della ricorrenza dei morti (2 novembre) quando, secondo un antico costume, si fa credere ai più piccoli che i trapassati portino regali ai bambini secondo i meriti, servendosi di una “truscia” (fagottino di tessuto con nocche). Parla di «vento di zagare impazzite» (profumatissimi fiori dei limoni) la cui comparsa fa coincidere con la «stagione prima dell’amore». Ma il panta-rei della vita vuole che «il fuoco diventa ogn’ora cenere / e vengono dopo sempre nuovi amori». Tra i ricordi del padre, che «appariva /col passo leggero / del vento (…) / la mano nell’aria che punisce / e che rasserena», quello dei «ceci abbrustoliti nella sabbia» che, come altri legumi trattati alla stessa maniera, ancora oggi vengono indicati con la voce araba “calia”. Ricorda ancora «cose senza nome»: un «anacoreta del mare, nelle sue mani / aveva la sapienza delle attese». Tutto, conclude, non è che un ricordo: «Quel gruppo assorto / sul precipizio del tempo / ritorna adesso alle risacche / del cuore, riverbero / d’infanzia pietrificata». L’epilogo è un ritorno a «Roma, di primavera occidente« (dove l’Autrice vive) dove «resiste ancora / l’amore della Sicilia, il tuo cuore».

Dove c’è musicalità e sentimento là c’è poesia. Nei versi della Di Lorenzo ci sono le due cose, l’una complemento dell’altra. Ma c’è anche uno stile semplice nostalgico. E c’è anche un uso (oggi raro) appropriato delle parole e della metafora e il rispetto della punteggiatura e della sintassi, almeno quanto basta per ridurre al minimo il rischio del fraintendimento da “oscurità”, una “licenza” questa, che non può essere negata totalmente alla natura viscerale e alla funzione estetica e catartica dell’arte poetica.

© Carmelo R. Viola [“IL CORRIERE DI ROMA” – 15 ottobre 1995]

La terra

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E adesso la riva si allontana

la sottile lingua di terra che curva

intorno al porto di Messina

è culla d’acqua

che accresce lo sgomento

 

degli abissi che s’aprono

ai tuoi sguardi

e prefigura

il supplizio di Isacco

guidato al sacrificio

 

moltiplica il tamburo

del tuo cuore

l’oscuro turbamento

di un risucchio

fatale

 

Ma ora Abramo abbandona con gesto

lento i remi, ora ti lega

con cordicelle agli omeri

due ali di sughero

per una paura da addomesticare

 

ti lancia fulmineo dentro l’abisso

e qui ti afferrano

subitanee

mani innumerevoli,

sconosciute – spingono

 

veloci ora verso il fondo,

ora ti riscagliano dolci

in superficie:

girandola marina di capriole

azzurre

 

il semplice segreto di un volo

acquatico – e all’improvviso

t’appare più lontana,

più sconosciuta, laggiù

la terra.

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© Maria Amata Di Lorenzo – all rights reserved

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NOTA – La poesia La terra racconta la paura e l’ebbrezza del primo tuffo in acqua: Turi bambino impara a nuotare aiutato dal papà che per lui costruisce due ali di sughero, a mo’ di salvagente, perché possa stare a galla.

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Le cose senza nome

*

Da quel semaforo in disarmo

una congerie di attrezzi

favolosi ai tuoi occhi

aurorali per raccontare

 

il denso scoprire

ed emozionarsi di ogni giorno,

stagioni da traversare

come il mare aperto…

 

E nulla accadeva se non la vita

nuda di viaggi d’oltreoceano

immaginati per ricognizione

dall’uomo che contava brumose

cantilene ai folletti intorno

 

anacoreta del mare

nelle sue mani aveva la sapienza

delle attese, pazienza

di ragno a tessere la gioia

che mai si svela.

 

Che cosa raccontava quel ticchettio

segreto battere sul tasto

a chi spiegava diuturna scienza

dei fortunali, l’iniziatico mistero

di acque e terre inesplorate.

 

Alfabeto di ore

perse a decifrare sciarade

di vento nello stillicidio

di partenze verso nessun luogo

 

ma suo era il sillabario

della tua vita oscura

il lessico delle cose

senza nome.

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© Maria Amata Di Lorenzo – all rights reserved

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