Perché mangiamo pane, ma viviamo di splendore…

Courtesy of Ivana Lomova

Non mi piacciono i bilanci, nella vita non ne faccio mai. Mi sanno di cose morte, finite, di resa dei conti, di malinconica nostalgia, cose da cui voglio tenermi lontana. Però non posso fare a meno di guardare il calendario in questi giorni e di registrare con la mia mente che venticinque anni fa (un quarto di secolo, fa quasi impressione a dirlo!) ero all’Università di Urbino a discutere la mia tesi di laurea, facoltà di lettere e filosofia, e dal giorno dopo io non ero già più una studentessa ancora piena di sogni ma una giovanissima laureata pronta a buttarsi nel mondo del lavoro. Buttarsi è la parola giusta. Allora, come oggi, non era per nulla facile. Io pensavo di fare l’insegnante ma la mia strada divenne presto un’altra, dopo poco infatti entravo nella redazione di un giornale, e il resto è storia.

È una storia che voi conoscete. Il giornalismo prima, e poi l’editoria. Mentre lavoravo come giornalista mi ritagliavo degli spazi liberi per la scrittura che piaceva a me, cioè la poesia e la drammaturgia. Erano le mie passioni, scrivevo infatti liriche e testi teatrali, vincevo premi e ottenevo incoraggiamenti, ma a un certo punto nella mia vita entrò il lavoro editoriale. Scrivere libri. Libri che mi venivano richiesti dalle case editrici. Ne ho scritti quindici in venticinque anni, e più di due terzi di essi mi sono stati commissionati. In editoria funziona così. Ti pubblicano un libro e poi, se va bene, se quel libro vende qualche migliaio di copie – di fronte a un mercato in cui la maggior parte dei testi editi all’anno non supera le cinquanta copie vendute – allora puoi stare sicuro che ti chiederanno altri libri, e altri ancora. Solo che li vogliono tutti uguali, devono in un certo senso essere tutti come il “primo”, quello che è andato bene, avere gli stessi ingredienti, perché – sapete come si dice – squadra che vince non si cambia.

Per l’autore questo è una sicurezza, così come lo è per l’editore. Sapere che c’è un bacino di lettori, che non bisogna andarli a pescare altrove, che basta accontentare i gusti di quei lettori lì, quelli che hanno comprato il primo libro e che, ci puoi giurare, compreranno anche gli altri. Il mercato editoriale è, appunto, questo: un mercato. Poggia sul principio della domanda e dell’offerta. Tutto regolare. Solo che… solo che dopo un bel po’ di anni passati a scrivere, a documentarsi bene, a sfornare libri precisi e puntuali come pani caldi, il lavoro che fai assomiglia sempre di più a una catena di montaggio. E tu fai parte di questa catena, la tua scrittura, pure la tua scrittura la senti, in qualche modo, “incatenata”. Che fare?

A me è successo di ritrovarmi a chiedere – con la massima onestà, mettendomi idealmente davanti a uno specchio – se era proprio quello che volevo continuare a fare, se non fosse il momento invece di interrompere questa catena, rassicurante sì, e sotto molti punti di vista, non ultimo quello economico, e insomma se non fosse giunto per me l’istante della suprema decisione di fermarsi, di invertire la marcia, di riprendere slancio.

Ma intanto le richieste continuavano ad arrivare, arrivano ancora. Nuovi libri. Nuovi libri da scrivere. Che fare? Da un lato, la sicurezza di una tana. Dall’altro, lo spazio infinito di un mare che si stende a perdita d’occhio. Io amo il mare, voi lo sapete. E ho scelto il mare.

“Perché mangiamo pane, ma viviamo di splendore…”, dice un bel verso di Hilde Domin, che sembra fare proprio al caso mio. Si mangia pane perché il pane è necessario per vivere. Ma non basta. Si vive di splendore, soprattutto di splendore. È necessario come l’aria, come l’acqua, come la bellezza, come l’amore.

Ho scelto il mare. Il mare non è sempre in bonaccia, raccoglie tempeste il più delle volte, è fascinoso e ingannatore, è la vita e la morte in un unico specchio che rifrange paura e batticuore, emozione e sentimento, forza indefettibile e sovrumana fragilità. Non mi piace fare bilanci, ma prendere decisioni sì, quando è necessario. E ho deciso. Di ripartire da capo. Come venticinque anni fa, quando incominciavo, ed ero sola. Ora non lo sono, ci siete voi. Che avete imparato a conoscermi in questi anni, che leggete i miei libri e i miei post, in questo blog e nei social network. Non smetterò di scrivere, state tranquilli, ma farò altre cose, cose che oggi mi accendono di entusiasmo, cose capaci di emozionarmi. Cose che mi somigliano di più.

Più si cresce, più bisogna osare. Più si diventa adulti e maturi, più bisogna liberarsi dagli impacci e dalle paure e porsi in ascolto di quello che dice il cuore, perché “il cuore, chi gli dà retta, ha sempre qualcosa da dire su quel che sarà”, diceva con saggezza il nostro Manzoni. Perché noi mangiamo pane, ma viviamo di splendore.

***

Maria Amata Di Lorenzo
Social

Maria Amata Di Lorenzo

Terapeuta a indirizzo psicobiologico specializzata in guarigione del sistema mente-corpo, psicologia della salute e medicina energetica, ha conseguito inoltre la preparazione in Assertiveness Coaching, per la gestione emozionale dei conflitti interpersonali in ambito familiare, affettivo e professionale. Maria Amata ha conseguito in precedenza una laurea in Lettere Moderne, lavorando per diversi anni nel giornalismo e nell'editoria e acquisendo competenze specifiche nel web marketing. Successivamente ha studiato Scienze della salute psicologiche e sociali, specializzandosi come terapeuta nell'ambito della consulenza psicobiologica. È autrice di numerosi libri - romanzi, raccolte di poesie e saggi letterari e spirituali - tradotti in diverse lingue (inglese, portoghese, spagnolo, polacco, turco, ceco, sloveno). Il suo blog è www.mariamatadilorenzo.it
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Terapeuta a indirizzo psicobiologico specializzata in guarigione del sistema mente-corpo, psicologia della salute e medicina energetica, ha conseguito inoltre la preparazione in Assertiveness Coaching, per la gestione emozionale dei conflitti interpersonali in ambito familiare, affettivo e professionale. Maria Amata ha conseguito in precedenza una laurea in Lettere Moderne, lavorando per diversi anni nel giornalismo e nell’editoria e acquisendo competenze specifiche nel web marketing. Successivamente ha studiato Scienze della salute psicologiche e sociali, specializzandosi come terapeuta nell’ambito della consulenza psicobiologica. È autrice di numerosi libri – romanzi, raccolte di poesie e saggi letterari e spirituali – tradotti in diverse lingue (inglese, portoghese, spagnolo, polacco, turco, ceco, sloveno). Il suo blog è www.mariamatadilorenzo.it

8 thoughts on “Perché mangiamo pane, ma viviamo di splendore…

  1. Mi fa molta tristezza leggere di come funzioni l’editoria, tristezza perchè immagino quanto talento sia stato rinchiuso per sempre da logiche commerciali, quante possibilità perse per incontrare leggendo pensieri, visioni, sensazioni che ti portassero a viaggiare verso la loro direzione naturale…
    io credo che qualsiasi forma d’arte non dovrebbe mai esser costretta e allo stesso tempo il miglior modo per rispettare un artista sia quello di non forzarlo, entrambe logiche non ammesse nel nostro universo del commercio e dell’ecnomia.. son cose risapute ma mi fanno ugualmente tristezza….

  2. Si anche nel passato più lontano, mentre scrivevo mi è venuta in mente la storia di Ipazia e il conseguente film Agorà.. per poi passare a Galileo e salire avanti… non riusciamo ad accettare ciò che non riusciamo a rinchiudere con delle regole…
    in questo senso mi sento di capire gli sforzi di icaro… :)))))

  3. nel passato non è che le cose funzionassero meglio, basta andarsi a leggere le biografie di alcuni grandi, come Leopardi o lo stesso Dante Alighieri, stiamo parlando di due giganti della letteratura, che hanno tribolato enormemente… per fermarci solo al campo della scrittura, senza entrare nel campo dell’arte pittorica, o della musica.

    oggi però prevale il mercato in assoluto, a scapito del talento.

    gli scrittori vengono spremuti come limoni e poi, avanti un altro.

    caro Erik, quello che tu hai scritto è vero, purtroppo…
    grazie per il tuo commento.
    un caro saluto.

    Maria Amata

  4. Sì cara Maria Amata, ad un certo punto della vita si è tentati di fare dei bilanci, magari proprio perché ciò che si fa sembra sempre la stessa cosa e di certo, perso quell’entusiasmo che c’era quando appena laureati si entrava nel mondo del lavoro, si vive nell’incertezza che qualcosa nel frattempo si sia perso per strada.

    A essere sincero, non amo fare bilanci, anzi, non mi ci ritrovo e non mi passa per nulla nella mente, ma a volte la tentazione c’è, ma cerco di abbandonarla, non perché ho paura di ciò che ne verrebbe fuori, ma solo perché alla fine credo siano inutili, in un certo senso un’inutile perdita di tempo, tanto ciò che è stato e che non è arrivato nel frattempo non lo si recupera di certo.

    Ho sempre guardato avanti e questo mi ha fatto vedere la mia vita come una continua sfida alla ricerca di cose nuove. Mi viene in mente quell’esperienza del Magazine fatta con la mia amica blogger Solindue (Martina) di The Best Magazine, durata due anni, coinvolgendo una quarantina di amici blogger. Un gioco, ma al tempo stesso il bisogno di confrontarmi con me stesso, con ciò che avevo imparato in tutti questi anni, fa nulla se in campi diversi. Il primo numero del primo magazine ero terrorizzato, non sapevo da dove incominciare, studiare un progetto grafico e impaginare un magazine non è cosa per niente facile, eppure mi sono buttato a capofitto e numero dopo numero, ho scoperto di non essere poi tanto malaccio come grafico e come art director. Mi ha aperto nuovi orizzonti e al tempo stesso, nuove opportunità. Ho capito che crescere e inventarsi un nuovo modo di essere è arricchente, è un po’ come scivolare lentamente in un’altra dimensione, nuova ma al tempo stesso che fa parte di noi ché, nel tempo, abbiamo imparato a vederci sotto una luce diversa.

    Tutto questo per dire che ben venga la voglia di rinnovarsi, quindi, osa se ne hai voglia, ti sentirai meglio con te stessa e al tempo stesso, con chi ti sta al fianco.

  5. “crescere e inventarsi un nuovo modo di essere è arricchente, è un po’ come scivolare lentamente in un’altra dimensione, nuova ma al tempo stesso che fa parte di noi ché, nel tempo, abbiamo imparato a vederci sotto una luce diversa”.

    come al solito, caro Arthur, sai centrare perfettamente quello che è il cuore del mio pensiero.

    è rassicurante fare quello che si è fatto sempre, seguire i binari consolidati da una vita, però come dici tu crescere e fare cose nuove è scivolare in un’altra dimensione, che già faceva parte di noi ma come in sordina, in sottofondo… uno slittamento che non somiglia a una giravolta, si va verso ciò che ci attendeva da un tempo lunghissimo, forse da sempre, ma per il quale non eravamo ancora pronti…

    ci vuole coraggio, certo, e questo è il coraggio che bisogna tirar fuori nella vita, nel lavoro come negli affetti: a un certo punto bisogna osare, non calcolare i rischi, le perdite, avere coraggio e partire. Partire per quell’ignoto che ci attende, ma che da domani sarà un po’ meno ignoto.

    grazie per il tuo commento, Arthur, profondo come sempre.

    Maria Amata

  6. Hai fatto bene, Maria Amata, a scegliere il mare:-)
    Esprimo invece grande amarezza per le condizioni dell’editoria italiana, alla ricerca soprattutto del mercato. Mi dicono che anche nell’editoria per l’infanzia è così e che restano inediti testi bellissimi, ma di autori anonimi, che non hanno soldi per farsi pubblicare…:-(
    buona domenica comunque e un abbraccio
    Gisella

    1. buona domenica a te, Gisella!

      ho scelto il “mare” in senso metaforico naturalmente 🙂
      anche se ora, per puro caso (se esiste il caso) vivo in una città dove sono lambita davvero dal mare…

      adesso, cara Gisella, l’editoria è entrata in un cul de sac, che non è una parolaccia, ma rappresenta bene quella strettoia, quel vicolo cieco che ha imboccato, e non certo da oggi.

      Le cose infatti si preparano da lontano, sono almeno 30 anni di scelte sbagliate, in un nodo scorsoio che coinvolge e avviluppa anche le scuole, il sistema scolastico, insomma tutto un discorso lungo che dice però la povertà culturale della nostra Italia che pure avrebbe tanto da dire e da dare al resto del mondo in termini di cultura, arte e bellezza, e invece raschia il fondo del barile…
      Fino ad alcuni decenni fa gli editori erano dei pionieri, avevano un vero spirito imprenditoriale, lanciavano nuovi autori anche se questi vendevano pochissime copie, è il caso dei nostri grandi autori del 900 – un nome per tutti, Anna Maria Ortese – che oggi non sarebbero in alcun modo pubblicati, perché conta quante copie fai vendere, se fai scandalo, se vai in tv, se insomma diventi un personaggio, e della qualità non si parla mai.
      Non è per santificare il passato, perché a volte il passato sembra sempre più bello del presente, però è una realtà che oggi non si investe più negli autori.
      Un editore deve metterci i soldi se crede in uno scrittore e lo lancia, e non pretendere che lo scrittore paghi la sua presenza sul mondo editoriale, i soldi ce li deve mettere lui e ci deve mettere anche la faccia, invece di nascondersi – lui, l’ottuso editore moderno – dietro gli esperti di marketing che dettano legge ai vertici dei colossi editoriali senza capire una cippa di letteratura…

      Non esiste però solo il libro, per fortuna, esistono altri tipi di scrittura, la drammaturgia per esempio, e poi esiste il web, la possibilità di avere un proprio blog che è come avere una casa digitale, come aprire il proprio salotto di casa e far conoscere il proprio universo… questa è una cosa troppo poco considerata dagli autori e aspiranti tali, pensano tutt’al più al blog come a una vetrina di rappresentanza mentre invece è molto molto di più: è coltivare il proprio pubblico e trovare anche degli amici sulla stessa lunghezza d’onda, perché è vero che il web è un oceano ma in questo oceano i simili finiscono per ritrovarsi, anche senza segnaletica 🙂

      Magari ci fosse stato già internet ai tempi dei miei esordi 20 anni fa, non credo che avrei fatto la strada del giornalismo e dell’editoria tradizionale, ma allora era tutto verticalizzato, tutto scendeva dall’alto, non c’era la democratizzazione che offre adesso il web e anche i social. Bisognava per forza percorrere certe strade. Per far uscire un mio pezzo su un giornale dovevo diventare giornalista, oggi lo si può fare anche senza. Per far girare le mie idee dovevo racchiuderle in un libro, e le decisioni si prendevano sempre al vertice, mai alla base.

      Discorso lungo, spero di non aver annoiato… se ne potrebbe parlare ancora, ma la domenica incalza!
      Ciao Gisy, a presto 🙂
      E grazie per la tua attenzione.
      M. Amata

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