In cammino senza lasciare la casa (Poesie 1980-2015)

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È un libro che esige meditazione più che lettura, per la bellezza incomparabile della visione, per l’altezza mistica delle intuizioni, per l’assetato spirito di ricerca spirituale. Ho dato una lettura veloce e mi ha preso uno strano abbandono, uno struggimento che mi canta dentro. Sono poesie intensissime…

Simona Lo Iacono

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Grazie per il tuo nuovo libro, in cui ho ritrovato tutta la tua finezza e sensibilità…

Alessandro Zaccuri

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Ho preso il tuo libro che sto sfogliando con calma. Due tre testi ogni sera prima di dormire, perché leggere tanti di essi è in un certo senso come recitare una preghiera. In questo cammino, poetico ed umano, che nulla censura del vivere e tutto riporta ad un senso – sia il bene che il male – è di consolazione e anche di letizia lasciarsi attraversare dai tuoi versi. Grazie di questa tua chiarità e di questo tuo proporti senza infingimenti.

Franco Casadei

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I VERSI DI UNA VITA

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In_cammino_senza_lasciare_la_casaQuesta antologia di versi traccia l’intero cammino poetico da me percorso nell’arco di 35 anni. Sono poesie che a partire dagli anni Novanta sono state pubblicate in giornali e in riviste letterarie, confluite poi in tre raccolte che hanno veduto la pubblicazione editoriale.

Sono le poesie della giovinezza (della raccolta “Voci dal muschio”, 1992), le poesie dei trent’anni (della plaquette “Quaderno Siciliano”, 1994, poi rieditate nel 2015 nel volumetto “Il tempo che oggi ti dorme nel cuore“) e le poesie della maturità, alcune delle quali finite nella raccolta “Ma sempre ti perdo, mia vita” (Fara Editore, 2014 © tutti i diritti riservati).

Qui di seguito potete leggere alcune poesie scelte, insieme a una parte delle recensioni critiche e dei commenti dei lettori pervenuti nel corso di questi anni. Un vivo grazie da parte mia a tutti quanti per la loro gentilezza e per l’attenzione al mio lavoro.

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DAI VERSI DELLA GIOVINEZZA

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CARMINA

 

«La poesia  / non muta nulla. Nulla è sicuro / ma scrivi».

(Franco Fortini)

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Angelina, il tuo cuore divelto è l’albatro

inerme di questa città

martoriata, un punto incandescente

sotto le stelle che presidiano il tempo.

 

Le tue gambe si confondono offese

alle lamiere opulente del Prenestino

che gli occhi ci coprono adesso con un sudario

di geometrie frantumate. E al sogno

 

ci condanna perpetuo

questa luce di vecchie falene

che non conosce certezze

ma un varco

ci addita segreto nel cuore di Roma.

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© Maria Amata Di Lorenzo – all rights reserved

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A SUD DEL CUORE

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Mi aspetti ogni notte

alla curva dei sogni

E sempre

mi sorprende il mistero

del tuo trasognato sorriso

che piano a schermaglie segrete

si allarga

 

Mio dolce carceriere,

tu sali dai gorghi del sonno

a colmare i pensieri

Inatteso

tu giungi all’eclissi

del cuore

 

Sei questa solitudine

che lieve

scandisce i miei giorni

mentre ancora una tregua

io chiedo alla veglia

 

per decifrare i tuoi segni

i nomi che adesso ci stringono

a un biblico patto

 

E nel gazebo dei tuoi sguardi

reclusa

rimango a spiare i tuoi schivi ritorni

a sud del cuore

 

Ma sempre ti perdo, mia vita

e ancora non ti conosco.

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© Maria Amata Di Lorenzo – all rights reserved

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PERCHÉ AMIAMO QUESTI VERSI

 

Le parole del gergo critico mi sono ormai così estranee, specie quando si deve giudicare una raccolta di versi, che non mi viene sulle labbra altro che un giudizio avarissimo: “bene” o “male”. Più bene, molto più bene, che male, nel suo caso…

GESUALDO BUFALINO

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Sono poesie che hanno una calibrata “gentilezza”, e nascono da una vena di sincerità e di “quieta” partecipazione alla vita.

GABRIELLA SICA

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Una voce piuttosto decisa e un’onestà di fondo. Un rapporto autentico con la parola.

ALBERTO TONI

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I suoi versi, a mio avviso, sono delle sapienti, montaliane “occasioni”, che si imprimono nel cuore prima che nella mente del lettore: la mano sicura dello stile, insomma la padronanza della lingua poetica, congiura ad una lirica finemente attestata su un registro di medietas, facendo della sua poesia una stupita – gioiosa e sofferta insieme – ricerca sul cosmo sulle sue ragioni.

ROBERTO PASANISI

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La sua raccolta Voci dal muschio dà in qualche modo la misura di quel fenomeno che è stato descritto come l’apparire di un autore. C’è nei versi una scorrevolezza che denota un controllo dell’espressione e una sua reale possibilità (ciò che è più importante). In più, trovo decisamente notevole l’equilibrio, meglio l’impasto, tra il livello metaforico e quello sensoriale e, per così dire, esistenziale. Mi piacciono quelle frangiature di luce e di colori, con cui contorna volti e corpi di persone incontrate: il “ragazzo / dagli occhi quasi ungheresi”, lo scriba, l’interlocutore del momento. E sono belle le sospensioni metafisiche: i punti di fuga da una realtà seduttiva e però deludente…

GUALTIERO DE SANTI

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Una celata tramatura d’attese mi pare che lascino intatta – e forse indiscussa – una sorta di poetica del dolore che, pur se riferita a vicende interiori circoscritte, diventa emblematica (nell’offerta poetica) di una più generale condizione del vivere. Basta però uscire dalle memorie per incontrarsi con pronunciamenti d’attese, di desta sensualità, degli odori di cui è densa la vita. Consapevolezze e inconscio, abbandoni e vigilanze, accendono la poesia. Versi fatti sapienti dalla sofferenza e tenaci dalla speranza.

SALVATORE DI MARCO

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Insieme ad una vitalità scritturale (con qualche reminiscenza di autori diversi: Pascoli, per esempio, o un lessico qua e là quasimodiano) vi ho trovato una ragione del proprio dire, che a mio parere è la base della scrittura stessa. Nel senso di una necessità profonda (quella che una volta si chiamava “ispirazione”) a mettersi in gioco e nel gioco della creatività.

MARIA LENTI

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Voci dal muschio mi ha molto favorevolmente impressionato: vi sono testi (p. 18 e p. 40, ad esempio) che ritengo esemplari di un tipo di ricerca linguistica dalle risonanze sottili e suggestive, di un’attenzione ai contorni fisici delle cose, di una capacità evocativa che tenta di concludere nei toni di una riflessività senza incertezze.

PIETRO CIVITAREALE

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Mi pare di avervi intravisto delle aperture insolite, e i tratti che mi hanno colpito, oltre la compattezza e la ricerca di originalità che spesso ti sforza, altre volte ti fa approdare a risultati più fluidi, sono quelli della chiarezza, o meglio incisività di dettato, e freschezza, nel senso migliore del termine.

ROBERTO DEIDIER

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L’incontro anche casuale di un volto che passa segnato da una speranza o dal dolore, si trasforma in eco di poesia assieme alle “buie ferite” che ciascuno di noi si porta dietro, e queste svelano all’anima significati incompresi. Il tempo ha pregnanza di motivi in questa quadratura della silloge e a me sembra un fattore determinante al discorso poetico. Esso, nel suo dipanarsi quotidiano, diventa misura delle intensità dei ricordi e non sempre è velo che “preme sull’anima / come buia escrescenza / di lacrime…”. La Di Lorenzo, fattasi esperta, capisce che il mistero che ci avvolge non sta nella morte, ma in questo nostro vivere (non privo di lacrime) che giorno dopo giorno dobbiamo subire. Davanti a noi si apre una traiettoria ove l’uomo, nell’attraversarla, raccoglie molto di ciò che incontra. Talora il frutto diventa anche “felicità insostenibile” e la vita sembra ripetere per ogni uomo i “cinque dolori”.

L’uomo, a conoscenza di un tale destino, si lascia cogliere spesso impreparato e soccombe al vento delle passioni. Il mistero sussiste e la poetessa afferma che l’unico nostro possesso sicuro è il cuore, ma che il tempo “è un agguato di bocche / che fa sanguinare la luna” che a sera ti porta verso una gioia di ricordi ove è possibile vivere sciolto da ogni incrostazione dei ricordi ed il passato sarà per sempre straniero. L’amore, che la poetessa tratta qualche volta con un linguaggio realistico, sfocia nel sogno e diventa celebrazione di pensiero. Tutto il resto è bufera e il cuore “un grezzo diamante / di lacrime infette”, e non ci sarà mai ad attendere ancora un aprile, poiché al freddo delle stelle subentrerà “il disprezzo che uccide l’amore”.

PIETRO MIRABILE

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Nonostante l’origine colta, come evidenziano anche i richiami letterari posti a mo’ di cappelli introduttivi, ed echi non infrequenti di poeti del Novecento, soprattutto ermetici, la sua è una poesia calda, sensuale, avvincente…

ERMANNO CIRCEO

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L’ho sfogliato prima in maniera disordinata come si fa con un libro visto per la prima volta, assaporato per piccoli assaggi. Ho ritrovato subito il “gusto” di Urbino e i tanti echi di quella poesia “vissuta” che si faceva vita…

ANDREA BOLLINI

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Con uno stile asciutto e nervoso l’A. ha scritto il suo primo libro di poesie, dal titolo Voci dal muschio, del quale fa parte una silloge, Il tempo di un breve commiato, già segnalata al Premio E. Montale 1991, per la sezione dell’inedito. Ciò che subito si nota leggendo questi versi è l’autenticità della parola poetica, sempre sorretta da un ritmo interno e da un intimo slancio. La Di Lorenzo non bara nè con se stessa né con gli altri: scrive perché ne avverte la necessità e cura la forma, che in lei è limpida e essenziale.

“L’enigma non è nella morte / quel peso sugli occhi che mai mi abbandona / saperti perduto all’azzardo di un alba / (tre anni sono come tre giorni) / ma in questa luce che accompagna i miei passi / e piano si posa sul velo del cuore” (Il sipario strappato). Alle poesie che hanno per tema il dolore del distacco, un tema che detta alla Di Lorenzo alcuni dei suoi versi più intensi e sofferti (si vedano certe sue rapide notazioni: “Io, quella di prima non sono”, “io so che tutti dormiremo sulle colline”, da Lettera a Diego), si contrappongono le poesie nelle quali ella canta l’amore con forza e senza inibizioni (come avviene ne I corpi) o con più sommesse e pacate parole (come avviene in Breve incontro).

Sempre comunque si nota in lei la ricerca di movimenti rapidi e schietti, che conferiscono incisività al suo dire, anche quando esso prende l’avvio d citazioni dotte, speso poste in limine alle poesie qui raccolte. “Basteranno due sole libellule in volo / per raggiungere il mare”, dice la Di Lorenzo in Marco domani. A noi pare che questi versi siano molto significativi, per intendere lo spirito di una poesia che nasce dalle più diverse esperienze di vita, senza mai tradire l’attesa del futuro, anche quando il presente sembra avere ormai esaurito i suoi sortilegi: nel che sta, in ultima analisi, il suo fascino ed il suo valore.

ELIO ANDRIUOLI [ “La nuova tribuna letteraria”, luglio-agosto 1994 ]

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Voce fresca e nuova, la sua, non solo perché molto giovane, ma perché rifugge dai rimasticamenti tematici spesso inevitabili per chiunque cominci ad inoltrarsi nei sentieri impervi della poesia contemporanea. Le va riconosciuto infatti pubblicamente il merito di avere una voce già sua, chiara e vigorosa, netta e sicura. La scansione ritmica del verso, prevalentemente assimilabile alla misura tradizionale pur nella urgenza d’un superamento dei suoi schemi rigidi, denuncia una marcata conoscenza della prosodia classica; ma la tessitura evocativo-metaforica del linguaggio, con quanto di indefinibile a volte ha la lirica moderna, ne fa una presenza certa del nostro tempo.

Tutto questo si lascia intendere chiaramente già ala lettura della prima pagina del libro. Direi, anzi, con questo incipit della prima lirica: “Il ragazzo che tu conducevi / Sui polverosi sentieri di un giorno / Sazio di sole è partito / E aveva il cuore fitto di voci / E una cupa speranza nei muscoli scuri” (A Salvo). Su questo livello, più o meno, si procede nelle quaranta poesie della raccolta, alcune delle quali hanno il respiro corto ma intenso del frammento, altre invece il tono disteso della pagina piena. Fra tutte, ve n’è d quelle che più s’incidono nel cuore e finanche nella memoria del lettore più esigente. Ne ricordiamo qualcuna: Lettera a Diego, Vita mutatur, Il grado zero, Il sipario strappato, Cu ‘u sapi, Acidduzzu, I corpi, Che torni dicembre e altre ancora.

VITTORIANO ESPOSITO [ “Il Ragguaglio Librario” – Anno 61 -gennaio 1994 ]

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L’A., al suo esordio con Voci dal muschio, sembra, pur giovanissima, percorrere una sua linea ben definita e, come alcuni suoi coetanei già armati nel panorama poetico, gestisce un suo già inconfondibile gioco maturo d’estri e di attenzioni inconsuete di figure e varietà cromatiche. Anticonformista, spregiudicata e intelligente – non è difficile, invero, intuire un robusto retroterra culturale – la poesia della Di Lorenzo non rende agevole, tanto essa è compiuta, rinvenire ascendenze o parentele, sebbene, e forse non senza forzature, talune atmosfere sembrino legittimare una sua collocazione in una zona d’incontro tra espressionismo tedesco, beat generation, Dylan Thomas e certe diffuse esperienze neo-romantiche: come dire una navigazione, condotta con acume e intelligenza, tra Stati Uniti ed India, tra rock e Mahler.

Piace, della Di Lorenzo, il modo autonomo, originale di esplorare ed interpretare il reale; piace la sua profondità nell’aggancio, nell’attrito, nel contatto diretto e autentico con le occasioni e i volti del mondo esterno. Piacciono la sicurezza, la mancanza d’impaccio, l’elevata temperatura che caratterizzano i suoi versi (“le polluzioni / sono punti di fuga / da un lupanare”); piacciono le scene assai caratterizzate sul piano linguistico (“sarà l’instabilità del protone / questo coraggio di negarsi / linee clandestine: mi urla / dentro / come un lupo ferito l’afasia / – o la segreta malinconia negli specchi / visionari degli occhi! / Amazzonia da salvare, il cuore”). Se poi dietro il filo vischioso e intrappolante di questa raccolta, sembra occhieggiare il gioco, questo è sicuramente condotto con rigore, estremamente serio, premeditato: un gioco nel quale Di Lorenzo, senza affanni, sa destreggiarsi straordinariamente.

SANDRO GALANTINI [ “Abruzzo Letterario” – Anno V n. 3 – dicembre 1993 ]

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La scrittura come disciplina, strumento per conoscere, capire, crescere: così l’autrice definisce il proprio lavoro. E senza dubbio s’incontra sulle pagine del volumetto una vocazione autentica, ma soprattutto una rara misura nelle scelte espressive e nella riduzione dei sentimenti a materia poetica.

GIUSEPPE ROSATO [RAI 3 – TG del 14 maggio 1993]

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La Di Lorenzo con Voci dal muschio, imprime allo spazio fisico-temporale una disperazione stemperata dalle immagini, mentre osserva con ironia e gioia di vivere il mondo, e la consapevolezza della sopravvivenza. Il suo è un libro estremamente significativo sulla ricerca poetica più recente, che, dal postermetismo, riemerge, con ricchezza di valori simbolici e d’immagine. I suoi versi possono considerarsi come tessere di un mosaico, dove si sottolinea la sapienza stilistica con un ritmo che convive con una poesia densa di contenuti. Un esordio positivo che fa prevedere ulteriori progressi sul piano stilistico.

EMANUELE SCHEMBARI [“Sport Ibleo”, 3 dicembre 1993]

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L’Autrice crede nella poesia, anche se essa, forse, non muta nulla (ma è poi vero ciò che pensa Fortini? ed è vero, anche, che nulla vi è di sicuro?). Crede, e quindi scrive, quasi per un imperativo categorico, oltreché per una forza di’ispirazione, per un impulso interiore, ricevuto e insopprimibile. Circola nei suoi versi una serena presenza di affetti e una certezza di fede, una vitalità culturale, umana e letteraria che arricchiscono e danno intensità al suo intimo mondo, animato da Autori, riflessioni ed epigrafi che compaiono frequentemente e sottolineano la pregnanza di contenuti e pagine.

Per l’A. “l’enigma non è nella morte” e il dolore non è “dolore per sempre”. Una luce, invece, accompagna i suoi passi “e piano si posa sul velo del cuore”, penetra dentro i suoi occhi, che racchiudono “fondi marini”, i suoi “larghi occhi / foresta / di verdeggianti parole”. Il richiamo degli occhi è assiduo, quasi messaggio d’anima, linguaggio eletto, comunicazione di significati profondi e reconditi. Un’aura di sana sensualità circola a volte nei versi, rivelando una forza ideale, un fuoco che lega e accende la trasparenza delle sue composizioni.

Il dolore, certamente, è molto più alto della sensualità, e l’uomo, essere fragile, si dibatte fra due mete o realtà, opposte per carattere e natura, tendendo all’una, rifuggendo dall’altro, ma comprendendo spesso come sia necessario un equilibrio e inevitabile un’accettazione. “Salpano / i nostri anni / effimeri / come viandanti / della temporalità” – “la vita raccoglie i suoi cinque dolori”. Ma i “tuoi occhi andalusi” riportano quei momenti di gioia che, numerosi, ricolmano la nostra vita, bisognosa e desiderosa di “una carezza lontana che ancora / sa darmi calore”, delle “carezze ondulate” che provengono dai sorrisi di coloro che amiamo. Sono versi simili a un canto lieto ed aperto, che viene dal profondo. Versi luminosi e ricchi di musicalità, accorati e partecipi delle amarezze del vivere, espressi, tuttavia, sempre con sapiente misura, anche quando si richiamano all’impotenza e al dolore degli uomini.

GIULIO PALUMBO [“Spiritualità & Letteratura” – N. 26 /settembre -dicembre 1994]

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Una giovane poetessa, giornalista, critico letterario e cinematografico. L’A. ha partecipato a diversi concorsi nazionali e internazionali riscuotendo sempre ampi successi. Ritmo, ricerca linguistica e densità metaforica del testo emergono in questa sua ultima raccolta che la pongono all’attenzione della critica nazionale.

“Ecoabruzzo” – settembre 1993

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La poesia della Di Lorenzo manifesta un’autentica vocazione alla scrittura creativa. In questa silloge emergono in particolare la densità metaforica del testo, il ritmo scandito ed efficace del verso, la ricerca linguistica e lessicale centrata sulla parola. Tre elementi che caratterizzano con sicurezza questa ricerca poetica, e sono anche gli elementi distintivi della poesia contemporanea.

“Prospettiva Persona” [N. 3 – gennaio-marzo 1993]

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La Di Lorenzo, mentre va maturando una esperienza significativa nel campo del giornalismo militante, mentre s’impegna pure sui versanti della critica letteraria e cinematografica, si afferma in pari tempo come poetessa sempre più apprezzata dalla critica italiana pubblicando su riviste e periodici i suoi versi. Eccola adesso con questa bella silloge Voci dal muschio, opera prima nella sua produzione poetica. Fin dalla prima lettura appare evidente che i suoi versi sono fatti sapienti dalla sofferenza e tenaci dalla speranza. Una sottintesa, velata tramatura d’attese mi pare che lascino intatta una sorta di poetica del dolore che, pur se riferita a vicende interiori circoscritte, diventa nell’offerta poetica, emblematica di una più generale condizione del vivere umano. Basta però uscire dalle memorie per incontrarsi – in queste aree di schietta poesia – con pronunciamenti d’attese, di desta sensualità. Consapevolezze e inconscio, abbandoni e vigilanze, languori e attenzioni accendono la poesia della Di Lorenzo e ce la propongono convincente nella maturità alta degli esiti già raggiunti.

SALVATORE DI MARCO [“Giornale di poesia siciliana” n. 4 – aprile 1993]

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DALLE POESIE DELLA MATURITÀ

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A ROMA, DI PRIMAVERA OCCIDENTE

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A Roma, di primavera occidente

sono tornate le lucciole

a volare

nei fossi erbosi

delle strade abbacinate –

un cielo capovolto

tra siepi di rovi e agavi

palpitanti

 

mancavano da anni: altre lucciole

le avevano spodestate – elettroniche

che un pulsante sapeva accendere

veloci a piacimento nelle case

guidate da un moderno telecomando.

 

«E tu assomigli a me,

sei troppo attaccato alle tue cose.

Ma non lo so se è un bene,

la fedeltà è una brutta cosa.

Se sei fedele, sei sempre solo»

 

Il profumo dei tigli oggi stordisce

nei riti infuocati della controra

a mosca cieca

procediamo dentro il cangiante

bosco dei pensieri – io più conosco

e meno capisco – scuoti il capo

e cerchi con gli occhi un varco

che spezzi

il carcere di questa libertà usurata,

impura felicità che non perdona.

 

Presto si dovrà aggiungere nuova legna

all’inverno scheggiato

dei furfanti sotto mentite spoglie:

gli idoli sono nel vento infranti,

sudario di un prestigiatore incauto, folle.

 

Tu voltati a raccogliere la sesta

felicità che ancora ignori: le rose

e il vino, un dono di poesia,

la vita – antico mosaico di un coro

è qui, resiste ancora

l’amore della Sicilia, il tuo cuore.

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© Maria Amata Di Lorenzo – all rights reserved

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(Nota: I versi riportati tra virgolette («E tu assomigli a me ecc.») sono parte di un dialogo contenuto nel film Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore)

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PORTICO D’OTTAVIA

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La felicità, caro Elio, è questo essere vivi

se l’avvenire già lo sappiamo

alle spalle, è questo azzurro

 

infinito che respiro

con gli occhi mentre al Portico d’Ottavia

inondato di sole ogni cosa risuona

di voci e di ali  – e io scendo queste scale

consunte su cui cresce il fragore

di tutti i secoli che brillano

ancora nel cuore di Roma.

 

Così immaginavo negli anni l’azzurra

sembianza di Gabriele

quando apparve a Maria

con la verità rivelata e lei disse

soltanto: «Eccomi, sono l’ancella».

 

Dolce e risoluto, con gli occhi colmi

di vento era l’arcangelo mandato

col piano infinito da Dio

 

come il fanciullo leggiadro dal nome

di luce che adesso mi stringe

le mani per un lieve commiato

alla prima stella che si accende nel cielo.

 

E fuori è un coro di voci argentine,

i ragazzi che sciamano a macchie

di colore nel Portico

mentre viene con passo leggero la sera

eppure dentro, appena varcata

la soglia di legno corroso

c’è un silenzio plenario

che scende dal Paradiso

 

solo un grido soffocato

di madre che torna

ogni estate ai soprassalti del cuore

 

e la casa è un guscio di vive memorie,

di mani protese, di bocche,

di occhi che ci guardano

muti: ascoltano noi

che per miracolo adesso parliamo

la stessa lingua: anime a specchio

che un sogno possiede innocente

ed eterno  –  nel nome di ognuno

è il destino.

 

E io, sentinella del tempo

ho atteso un segnale segreto alla curva

dei giorni, un richiamo  –

 

io lo so che dentro di me vive

un tribunale severo dove ogni cosa

è già scritta dal principio dei tempi.

 

E quel giorno è venuto nella voce

del Tevere che scorre vicino:

ora il cielo si apre allo slargo

dell’anima verso l’ora più azzurra

 

dove i nevai si sciolgono al trionfo

delle spighe mature

dove fiorisce il sorriso

e lì c’è adesso il mio cuore.

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© Maria Amata Di Lorenzo – all rights reserved

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PERCHÉ AMIAMO QUESTI VERSI

 

La poesia non ha finzioni, né offre spiegazioni o ragioni, ma ci istiga ad attraversamenti che portano a noi stessi, a perlustrarci nell’intimo e spesso a salvarci dall’indifferenza del quotidiano. E in questo l’A. è maestra, nella sua alta spiritualità che è grande impostazione della sua vita, nel suo essere presente annotando con umana consapevolezza la sua esistenza, nelle certezze e nei dubbi, in una costante ricerca di territori in cui s’incrociano amore, bellezza, arte, amicizia. Linguaggi di alta e finissima poesia, quelli che l’A. trasmette attraverso i suoi versi, immagini vivide che concreta con i suoi scritti e un grande cuore che parla agli altri e degli altri ne diventa scudo perfetto. Una poesia che dà il senso della vita…

DELIA MOREA

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Nominare le cose. Ridirle per trovare in esse una consistenza diversa dalla realtà. Come se – dotate di parola – cominciassero a esistere nuovamente perché convocate, invitate. Un atto sacro e da superstiti, la poesia, da scartati dal mondo. O da persone cui il mondo, così come appare, non basta. E, in effetti, il poeta è spesso santo, pazzo, maliardo. Procede per visioni e incantamenti, fiutando piste che occhio nudo non vede, e che bocca aperta non parla. Come un mistico, un assetato di invisibile, un funambolo da circo che punta il volto in alto senza vedere dove poggerà i piedi, il poeta avanza nel nostro difficile tempo, a mani tese. Sembra dire: abbiamo bisogno dei poeti. Abbiamo bisogno di poesia. Abbiamo bisogno della lentezza e della complicità del mistero.

Così l’A. in queste liriche che sprangano le porte della prigione dei sensi, che volano oltre le cose, e oltre gli uomini, e oltre se stessi, perchè sanno che l’apparenza seduce e nasconde, e che la verità, il segreto di noi e di tutti, è dove osiamo portarci. Così, sgorgano, i versi di Di Lorenzo, non a spiegare (chè non è della poesia dare ragioni, offrire scientifici allineamenti della realtà) ma a rivelare, a indicare che la ricerca dell’anima consiste in una via di bellezza. La poesia sembra allora porsi come un’antagonista dei nostri chiassosi giorni, un freno alla marcia ruminante, al precipitare verso l’abisso della mancanza di significato.

In apparenza, la poesia non serve, anzi pare “alfabeto di ore perse / a decifrare sciarade di vento / nello stillicidio di partenze / verso nessun luogo”. Poi però, l’uomo sente che non può trovarsi se non ritornando al centro del suo dolore, e che senza quel viaggio, senza quel sacro pellegrinaggio dentro se stesso, non c’è perdono alla colpa di avere vissuto senza chiedersi perchè. Per l’A., “al sogno / ci condanna perpetuo / questa luce di vecchie falene, / che non conosce certezze / ma un varco / ci addita segreto nel cuore di Roma”. E, dunque, la dimensione complessiva dell’esistenza, non è nel conteggio di giorni e progetti, non è nell’edificazione di immagini rassicuranti e perpetue di se stessi, ma in quella feritoia da cui filtra un filo di luce.

L’A. addita allora il cielo, indica la dimensione paterna della vita, contempla le immagini di Giuseppe e Maria, eterni sposi in eterna erranza, come se l’Egitto fosse una conquista da rinnovare ogni giorno, da chiamare col cuore, e la terra promessa coincidesse con quel deserto che coviamo in noi, deserto arido, da abbeverare. Il suo verso si fa biblico, profetico, orante.

L’A. non teme la dimensione oscura dell’esistenza, in essa vede anzi la luce della Grazia, una Grazia che sa che un Dio comprensibile non sarebbe un Dio amoroso verso i suoi figli, perchè li priverebbe della gioia della scoperta, della fatica santa della domanda, dell’entusiasmo della decifrazione. E si rammarica che ai più appaia distante un Dio in realtà poetico, che con sapienza costella il cammino di segnali e pegni d’amore. Si duole, anzi, l’A., che questo Dio possa essere frainteso. “Non sanno, non sanno / l’abbraccio senza sponde, / infinito / senza abbagli, / non umano. / Da sempre tu parli per enigmi”.

Infuocate diventano allora alcune invocazioni, in cui all’accoramento della preghiera si unisce lo sdegno delle colpe di chi non ama, di chi non decifra i segni, perchè la guerra – sembra dirci l’A. – è figlia naturale di un mondo che non conosce la parola poetica: “Gli uccelli dalle piume / di acciaio sganciavano ordigni / di morte sulla città / dei vivi”.

Poi, però, ancora una volta, è lo stupore a prevalere. L’A. raccoglie i lasciti silenziosi del dolore, li contempla e li consegna a una pietà superiore, molto più lungimirante degli errori degli uomini. E’ umilissima quando, ancora una volta, si piega a decodificare i sorrisi dei morti, gli abbagli della vanagloria, gli inutili sussulti di un mondo che si perde quando non si consegna al mistero.

L’Autrice sa invece che proprio lì, nell’enigma e nell’eterno cercare, sta l’ultima delle risposte. Anche se non sarà mai la parola definitiva, si abbandona, lascia che i segreti della creazione risuonino in lei, in lei si facciano carne, in lei prorompano in grido: “Ma sempre ti perdo, mia vita”.

SIMONA LO IACONO

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La nuova silloge poetica della Di Lorenzo, Ma sempre ti perdo, mia vita ci pone subito, fin dal titolo e dalla lirica d’apertura, di fronte al limite ontologico di ciascuno di noi, la morte, avvertita nella sua realtà di continuum che agisce poco per volta durante l’umana esistenza, fino a determinarne lo spegnersi. Ma questa consapevolezza che «Ogni crescita è morte, è morte ogni nascita» è pervasa e sostenuta nella lirica dell’A. da un’incrollabile certezza, quella fissata dal destino, per cui «Ed è solo morte / che rende eterna / la vita» (Ananke).

In quest’ottica non solo di speranza, ma di certezza per fede profonda, quelli che veramente vivono sono i defunti, in quanto “già conoscono il rovescio / dell’arazzo inesplicabile”, avendo valicato il limite dell’esperienza terrena e potendo ormai spaziare nell’immensità e nella certezza della Verità.

Ma tra il nascere e il morire, nell’ansia dubbiosa dell’attesa dello svelamento, c’è la vita, con gli eventi, i fatti, le situazioni, i luoghi, le persone, le esperienze, le gioie, i dolori e tutto quello che connota le giornate del vivere individuale e collettivo, presente e storico: schegge di vita, molte delle quali si perdono nella nebbia indistinta dei giorni, altre, poche, si configgono nella mente e nel cuore, sopravvivono maturando nella memoria; in quanto fonte di ispirazione diventano parole e, attraverso la pulsione creativa, si fanno versi e liriche.

Ad innervare e a dare corpo alla poesia dell’A. sono  esperienze di vita,  incontri personali e letterari, nonché memorie storiche su cui aleggia l’anelito spirituale sorretto dalla fiducia nell’incontro personale con Dio.

Così le difficoltà dei rapporti interpersonali, tra slanci gratificanti e cadute delle illusioni (Incontrarti), trovano riscatto nella consapevolezza del superiore valore dell’amore in quanto tale («L’amore non esiste per essere condiviso»). Nell’ambito affettivo determinante diventa la saldezza dell’amore paterno (Gli occhi del padre) che si disegna nella memoria con «quella mano nell’aria / che punisce / e che rasserena», capace di indirizzare ed orientare verso «un altro Padre» di fronte al quale «chiara la fronte si curva / sopra il suo mistero» (Come cercano i nidi al tramonto).  Di conseguenza più facile in questa linea di tensione verticale diventa per la poetessa il rapporto con Dio, «– non despota / ma Padre» (Vero come tu sei), «il Signore dei cuori», «l’Altro /che abbraccia tutto intero / il mio essere e lo lascia / libero nell’amore» (Il tuo nome è Fedeltà).

La vita, oltre che nella dimensione ultraterrena, continua però anche nella storia, come abbiamo imparato dai classici e da Foscolo, tramite il ricordo di chi ha lasciato negli altri memoria e rimpianto, ma soprattutto ricchezza di valori. A questo nucleo tematico è ispirata la sezione Tra i vivi, in cui la poetessa rievoca l’esperienza esistenziale del poeta Elio Fiore, a lei particolarmente caro e da lei molto apprezzato, come dimostra l’interessante saggio critico che gli ha recentemente dedicato.

Fiore fu coinvolto in un triste giorno della sua infanzia nel bombardamento del ghetto di Roma («Più di tremila / i morti, le case sono rase / al suolo»), dove rimase sepolto per alcune ore sotto le macerie insieme alla madre. Anche se si salvò, quella drammatica esperienza segnò indelebilmente la sua sensibilità di uomo e fu determinante nella sua creazione poetica, perché «Nell’arcipelago della memoria / i ricordi sono isolotti / lucenti che il tempo / non erode». La rievocazione di questi fatti storici in cui si sono inserite tragicamente tante esperienze personali, diventa anche occasione di riflessione sull’imperscrutabilità del destino («Così doveva essere. / Non lui, un altro bambino. / Così doveva essere.»), sulla forza dell’amore materno («Figlio! / Respira, figlio mio… / respira / insieme a me!»), nonché sull’acquisizione di consapevolezza e di maturità che può derivare dalle esperienze più dolorose («Scoprì la forza delle idee / parole scavate / in fondo all’anima / per essere restituite / infine alla luce, ancora / vive»), come ci hanno insegnato gli antichi con i versi incisivi sul páthos/máthos dei tragici greci.

Dal punto di vista espressivo la poesia della Di Lorenzo si realizza in uno scontro di toni e di registri linguistici con parole di campi semantici diversi capaci di produrre una dissonanza che si fa metafora delle asprezze e delle difficoltà della vita, ma che riesce anche a dire la fiducia nell’esistere stesso con il suo ricomporsi in una superiore unitarietà di ritmo.

ROSA ELISA GIANGOIA

(Farapoesia 2 ottobre 2014 / all rights reserved)

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La nuova raccolta poetica della Di Lorenzo Ma sempre ti perdo, mia vita pubblicata da FaraEditore 2014 nella collana: “Sia cosa che” , è il frutto di una lunga narrazione, avvincente, seducente, incline al solipsismo nelle tre sezioni finali della raccolta. La narrazione ha il filo conduttore nel tema filosofico della pura fede e della realtà contingente legata all’esistenza della poeta e ai suoi ricordi.

La poesia è modulata nelle prime tre sezioni (“In doppia immagine” / “Effimera” / “I nomi dell’assenza”) con una forza poetica affidata all’esperienza arricchita dalla frequentazione di grandi Autori del trascorso Novecento. Temi consoni alla pura ricerca della strada inconfondibile tracciata dal dialogo gnoseologico-metafisico, scaturiti dal verso genetico apposto all’inizio del dialogo con il lettore: “Ogni crescita è morte, è morte ogni nascita” (pag. 13).

Le esperienze, l’ascolto, le ripetute analisi dell’Io trascendente quotidiano, sono misurati da quei “non” e quei “ma” che compaiono all’interno delle composizioni poetiche: il vivere nella botte, scaldati dalla luce del sole, pervasi dal desiderio profondo della ricerca, del contatto con l’Infinito: “in luogo del viaggio / al cuore di te stesso / ritorno che non riesce a compiersi” (pag. 15).

In questa prima parte ritorna l’immagine riflessa nel dipinto del romanzo di Oscar Wilde Il ritratto di Dorian Gray, la consapevolezza del vissuto, il dramma tutto umano che alla fine della raccolta recita nel cuore del lettore, in un vocativo ammaliante: “Ma sempre ti perdo, mia vita / e ancora non ti conosco” (pag. 86). Un inganno volontario e filosofico attraverso i versi ché la ricerca non si estingue ma come il “roveto ardente ” apparso a Mosè continua a bruciare nell’anima della poetessa e nelle lotte di chi crede cristianamente.

Bella è la poesia Portico d’Ottavia (pag. 33), ripresa dal romanzo omonimo di Anna Foa, tema intramontabile che unisce e divide popoli e terre, incastonata nella Roma che troverà nelle sezioni seguenti di questa raccolta un’ampia e sistematica fonte di ricerca eretica, proprio come accadde al monaco Martin Lutero toccato da Dio nella profondità dell’anima, deluso dal comportamento della Chiesa di Roma. Di Lorenzo rende tutta la drammaticità degli eventi che oggi attanagliano il Clero nella splendida poesia: Carmina (pag. 41). I versi che seguono sono pure “diottrie” (pag. 44) per il lettore: “Angelina, il tuo cuore divelto è l’albatro / inerme di questa città / martoriata, un punto incandescente / sotto le stelle che presidiano il tempo. / (…) ci condanna perpetuo / questa luce di vecchie falene / che non conosce certezze / ma un varco / ci addita segreto nel cuore di Roma.”

Tornano alla mente le melodie dei Carmina Burana del XII secolo che nella tremenda satira contro la Chiesa di Roma, la corruzione legata alla ricerca sistematica del potere terreno, aspirava a dare una strada nuova, di umiltà, di privazioni, al potente clero che sedeva accanto al trono di San Pietro.

Forte e vibrante è la Fede Cristiana nei versi dell’Autrice. Incessante il credere oltre la soglia dell’umano sentire tanto che il nuovo padre, Cristo stesso, si sostituisce al padre terreno che l’ha generata e protetta: “(…) appariva col passo leggero del vento / tuo padre” (Gli occhi del padre, pag. 42) –  “(…) io non ti chiamerò più padre / ora che un altro Padre conosco” (Come cercano, pag. 49). E ancora nei versi nei quali l’adesione alla Fedeltà, fino alla morte, si compone nel pensiero e nei versi che seguono: “Il tuo nome è Fedeltà. / Per questo solo io ti amo” (pag. 51).

Il lettore, oggi, potrebbe non percepire interamente quest’immensa fiducia nella Fede né la ricerca di quell’acqua che toglie definitivamente la sete dalle cose terrene, confidando in affermazioni che appartengono ai martiri e ai santi: “(…) Quando potrò venire / a contemplarti nella luce, tu / luce soavissima che tutto / attrai nel tuo cerchio / di amore perfetto?” (pag. 52). L’Autrice include la perdita dell’esistenza non come un danno, una condanna dettata alla nascita, ma come il lasciare il proprio corpo e questa realtà terrena belli anch’essi ma opachi rispetto alla “luce infinita”.

La narrazione si avvale dell’enjambement per fluire nella personalissima poetica dell’Autrice. La poesia vibra in molti momenti della presente raccolta, facendosi spazio nel pensiero filosofico, proprio al richiamo meridiano dei versi del Nobel Salvatore Quasimodo della poesia Vento a Tindari. Scrive Di Lorenzo: “(…) Mondo girovago / in marcia sotto un cielo / nero, rasente ora cammina / ai binari della ferrata / strada di una galleria / che conduce al mare / e l’agguato ignora del sole / buio, / la vaporiera” (Non è che un ricordo, pag. 36).

VINCENZO D’ALESSIO

(Farapoesia / 16 ottobre 2014 – all rights reserved)

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«Sotto il plotone dei ricordi / i nostri cuori patiscono / agguati». Un verso che riassume il nucleo emozionale del nuovo libro di poesie della Di Lorenzo, Ma sempre ti perdo, mia vita (Fara Editore, pagine 88, euro 11,50). La centralità del cuore nelle nostre vite, i segni indelebili, anche se spesso ignorati, lasciati su di noi dai nostri percorsi affettivi.

Giornalista culturale raffinata, attiva sui magazine online e sui blog, tra cui il seguitissimo “Flannery” dedicato alla scrittura femminile di cui è la fondatrice, Di Lorenzo ha pubblicato nel 2012 un romanzo, Non lasciarmi andare via, alcuni saggi sulla poesia e raccolte poetiche. In questo nuovo libro, scandito da ricordi storici e personali, il punto di vista è quello del cuore, che sostiene pesi indicibili. Sta a noi donargli pensieri leggeri, che li rendano sopportabili. Il primo di questi pensieri, che tutto abbraccia e riscalda, è per il «Signore dei cuori», la divina Fedeltà, la divina Bellezza, il solo Altro che sa amare lasciando liberi i suoi amati. È l’essenza di alcuni luoghi del mondo che rivelano la loro precisa natura attraverso la dimensione mistica: come i colli di Roma, trasfigurati, così come le vite di chi li abita, dal «biancore larvale dell’ostia», il pane autentico.

Questa forma assoluta di amore, fondamento e presenza ricorrente, si manifesta anche in altre forme, disseminate nella nostra vita. Vita che sfugge, sempre, ma solo per la sua natura in continuo mutamento. La perdita di cui si parla nel titolo non è definitiva: l’inseguimento del senso, la sua scoperta e riscoperta, non si interrompono mai. Ne è testimone il ritmo intermittente dei versi, rallentato e accelerato come un battito.

La qualità più marcata della poesia di Di Lorenzo è la scoperta del senso delle vite, dalle più oscure alle più famose, rimaste nella storia letteraria e che l’autrice chiama affettuosamente per nome: Elio, Cristina. Roma stessa è un personaggio, anzi una protagonista, potente, enigmatica, che può stupire per le sue contraddizioni, dai «ragù sotto gli usci» ai «secoli che brillano» in filigrana, fino alla luce del mito.

Accomuna tutti l’appartenenza a un insieme fluido e all’apparenza incerto, in realtà solidamente riempito di senso dall’amore. Che lascia i suoi segnali sparsi nel mondo, a tutti, ma che non tutti riescono a decifrare.

Portavoce fragile e insieme vincente di questo alfabeto Morse d’amore è proprio la poesia, «arca di salvezza» che rischiara anche gli episodi più cupi della storia: la guerra, la violenza urbana, i lutti che lasciano dietro di sé. Nominando gli assenti, con il suo linguaggio libero dai comuni patti comunicativi, la poesia sembra avere il potere di illuminarli, di riportarli tra i vivi.

Emblemi universali di questa facoltà preziosa per Maria Amata Di Lorenzo sono di nuovo due figure che abitano la memoria, non solo religiosa, del mondo occidentale: Maria e Giuseppe, la famiglia in fuga col proprio neonato divino, «sospesi in cerca di un altro Egitto».

BIANCA GARAVELLI

(“Avvenire”, 7 dicembre 2014)

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C’è una memoria ricca, piena di rimembranze, di accaduti che sono riflessi nell’anima e nello stesso tempo una memoria di dolenze, in questa profonda e avvolgente raccolta di poesie dal titolo Ma sempre ti perdo, mia vita (Fara editore – pgg. 88, euro 11,50) della scrittrice e giornalista romana Di Lorenzo, che ha al suo attivo una quindicina di libri compresi nei generi narrativa, poesia e saggistica, la maggior parte dei quali tradotti in varie lingue (inglese, portoghese, polacco, turco, ceco, sloveno), collaborazioni per vari quotidiani, la RAI, direttore del magazine culturale sul web In Purissimo Azzurro, ideatrice e curatrice del lit-blog Flannery, dedicato alle donne che scrivono.

Una raccolta che, a nostro avviso, è quasi una summa del variegato mondo poetico e ispirativo della scrittrice, una prova di conclamata maturità di poeta, divisa in 6 capitoli: In doppia immagine, Effimera, I nomi dell’assenza, Anima Mundi, Tra i vivi, Fuoco incrociato, all’interno dei quali si dispiegano versi che raccontano sentimenti, memorie, luoghi, amicizie, momenti di vita o accadimenti lontani scanditi dall’orologio della Storia, il tutto pervaso dall’alta spiritualità dell’autrice, dal suo sentire che guarda oltre, che “vede” nel profondo.

«Nominare le cose. – scrive, tra l’altro, Simona Lo Iacono nella prefazione al volume – Ridirle per trovare in esse una consistenza diversa dalla realtà. Come se – dotate di parola – cominciassero a esistere nuovamente perché convocate, invitate. Un atto sacro e da superstiti, la poesia, da scartati dal mondo. O da persone cui il mondo, così come appare, non basta. E, in effetti, il poeta è spesso santo, pazzo, maliardo».

Nel suo maneggiare con rispetto e amore la materia della poesia che diventa attraverso le sue parole forma viva e nello stesso tempo strumento evocativo del tempo, dei giorni trascorsi, della vita:

“L’ombra più della luce / seduce la giovinezza / e i sensi incanta […]”

o ancora:

“Quel gruppo assorto / sul precipizio del tempo / ritorna adesso alle risacche / del cuore, riverbero / d’infanzia pietrificata […]”

Oppure quando il suo linguaggio poetico s’inoltra sui sentieri della Storia e si trasforma in poesia “civile”:

“Gli uccelli dalle / piume d’acciaio sganciavano ordigni / di morte sulla città / dei vivi […]”

ma sempre con un profondo senso dell’universalità degli accadimenti personali che diventano accadimenti di tutti, perché il linguaggio poetico, la sua particolare struttura ci conduce per mano attraverso l’essenza di ciò che siamo, di ciò che può accaderci o è già accaduto e vive profondo nelle nostre radici.

La poesia non ha finzioni, né offre spiegazioni o ragioni, ma ci istiga ad attraversamenti che portano a noi stessi, appunto, a perlustrarci nell’intimo e spesso a salvarci dall’indifferenza del quotidiano.

E in questo la Di Lorenzo è maestra, nella sua alta spiritualità – si diceva – che è grande impostazione della sua vita, nel suo essere presente annotando con umana consapevolezza la sua esistenza, nelle certezze e nei dubbi, in una costante ricerca di territori in cui s’incrociano amore, bellezza, arte, amicizia.

Linguaggi di alta e finissima poesia, quelli che l’A. trasmette attraverso i suoi versi, immagini vivide che concreta con i suoi scritti e un grande cuore che parla agli altri e degli altri ne diventa scudo perfetto. Una poesia che dà il senso della vita.

DELIA MOREA

(Il mondo di Suk,  3 novembre 2014 / all rights reserved)

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Il bel volumetto “Ma sempre ti perdo, mia vita”, si annuncia, già dal titolo, come una dichiarazione di fede nel valore, incommensurabilmente grande, dell’esistenza, che non può essere posseduta una volta per tutte, ma necessita di una ri-appropriazione continua e continuamente sfuggente.

Le liriche, con la loro collocazione in sei sezioni (“In doppia immagine”, “Effimera”, “I nomi dell’assenza”, “Anima Mundi”, “Tra i vivi”, “Fuoco incrociato”) compongono, a mio parere, un’armonia perfetta e circolare, che si apre e si chiude sulla lucida consapevolezza del tempo vissuto: dell’infanzia e della giovinezza, nell’esordio, della maturità nel finale.

Nel mezzo, scandite da suddivisioni che equivalgono al work in progress di una creatura sensibilissima, le tappe di una vita, come la scoperta dell’amore, della sua sublimità ma anche dei suoi chiaroscuri e dolori (“Incontrarti / non è stato conoscerti / ma trovare il tuo viso / dentro un’attesa di secoli”, e pure “Nascemmo all’amore / ma fu giuramento d’infanzia / fu occhio di cane andaluso /e adesso non contano le dissolvenze incrociate / sui nostri destini”) o come la valenza e l’irrinunciabilità della memoria, di quelle voci che continuano a risuonarci dentro anche quando gli occhi non possono più guardare e le bocche tacciono.

Per questo lo sguardo del padre continua ad essere viatico di sicurezza e di tepore affettivo (“Ti seguono ancora / ti seguono / ovunque / se cammini per strada / ti rechi al lavoro / non ti lasciano solo / gli occhi del padre”), mentre i sopravvissuti ai bombardamenti testimoniano, nel tempo ri-donato della loro vita, l’orrore della violenza e la fortuna di continuare ad esserci (“Gli uccelli dalle piume / di acciaio sganciavano ordigni / di morte sulla città / dei vivi / ordigni di morte / ordigni”, e poi “Madre, gli angeli della morte / ci hanno risparmiato / non ci hanno voluto / Gli angeli della vita /ci hanno custodito, figlio mio”).

La sezione “Anima mundi” esprime, all’opposto, la gioia del possesso della fede (“Il tuo nome è Fedeltà / Tu sei quello / che non abbandona. / Sei la sentinella / che mai si lascia vincere / dal sonno. / Sei l’immutabile / che nulla può far essere diverso”) e l’incanto dell’approdo alla Terra Promessa (“E dopo averti incontrato / e dopo aver conosciuto te/ scompaiono gli idoli / di bellezza, i piaceri / del mondo. Sono cenere / e nulla”).

E l’eco di un disegno provvidenziale, che oltrepassa la follia degli uomini immemori del Vero, risuona anche nei particolari dell’esistenza individuale (“Fui data alla luce un dodici / giugno, di venerdì / giorno della passione del Figlio / e battezzata nel solstizio d’estate / Maria come la madre di mio padre / Maria come la madre di Dio”) e diventa segno di predilezione (“I bambini nati di venerdì / sono pieni di anima”).

I versi di “Anima mundi” hanno l’intensità, l’accoramento, l’anelito dei Salmi biblici, esprimendo, come questi, la meraviglia del possesso di Dio (“Vero come tu sei / non ti conoscono / Bellezza che abbacini in fuga / lungo il crinale dei giorni”) e la certezza della sua presenza nel mondo (“Tu / l’Alfa e l’Omega / il Principio e la Fine di tutto”).

Il percorso poetico della silloge, espresso in un linguaggio limpido e raffinato, giunge infine all’ultimo gradino del suo dipanarsi con la lirica di chiusura, “Ma sempre ti perdo, mia vita”, che fonde insieme le tematiche di tutti i testi sottolineando esplicitamente il filo sotteso a ognuno di essi: ossia, nella gioia e nel dolore, lo straordinario privilegio dell’esistenza.

MARIA GISELLA CATUOGNO

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Ciò che subito colpisce nella poesia della Di Lorenzo, quale appare dal suo nuovo libro Ma sempre ti perdo, mia vita, è l’incisività del dire, che si manifesta sin dal verso con cui la raccolta si apre: “Ogni crescita è morte, è morte ogni nascita”, dove la perentorietà dell’espressione è quanto mai evidente; così come è evidente nell’incipit della terza poesia: “L’ombra più della luce / seduce la giovinezza”. Parrebbe a prima vista, da queste citazioni, che si tratti di una poesia scaturita da una visione negativa del mondo; ma in realtà non è così, perché essa si riscatta, come vedremo fra breve, per una forte tensione spirituale che intimamente la permea e per una ferma convinzione che “… è solo [la] morte / che rende eterna / la vita” (Ananke), dandole senso e valore.

Dal punto di vista stilistico va però aggiunto che quella della Di Lorenzo è anche, una poesia ricca di immagini, come facilmente si evince da espressioni quali: “gli alfabeti delle case” (Dalla corriera); “Hanno suole di vento / quelli che aspettano / la resurrezione di luce” (Il sonno e la festa); e ancora: “Ci stringeva dintorno un assedio / di chimere” e “All’incrocio dei venti / ci sperdemmo” (Il grado zero); “Nell’arcipelago della memoria / i ricordi sono isolotti” (Ricorda bene: anche quel giorno); ecc. Né va dimenticato che, al contempo, è anche una poesia nella quale l’iterazione sortisce notevoli effetti, come emerge dalla prima delle due citazioni poco sopra riportate. Paradigmatica in tal senso è poi la splendida poesia Gli occhi del padre, dove ai versi della chiusa della prima strofa (“non ti lasciano solo / gli occhi del padre”) corrispondono quelli della quarta (“appariva col passo leggero del vento / tuo padre”) e fanno eco in chiusura quelli della sesta (“… ritornano ancora / dai passi di ieri / gli occhi del padre”).

Molto efficace, infine, nelle poesie di questa silloge è il gioco delle rime e delle assonanze, come mostra ad esempio, la sesta strofa or ora citata, che nella sua interezza suona: “se corri a precipizio nei tuoi pensieri / più scuri ritornano ancora / dai passi di ieri / gli occhi del padre”. Non mancano inoltre rime interne al verso, come accade nella poesia che inizia “Aprirono un varco / i picconi, e un arco s’infranse / all’improvviso” (p. 72), oppure nell’incipit succitato della terza poesia.

Quanto ai contenuti è da dirsi che una costante presenza del divino sotterraneamente percorre tutta la silloge della Di Lorenzo ed emerge specialmente dalle liriche della sezione Anima mundi, nella quale troviamo una poesia come Il tuo nome è Fedeltà, che costituisce un’esplicita dichiarazione di Fede in Dio sin da suo incipit: “Il tuo nome è Fedeltà. / Per questo solo io ti amo. / Tu sei quello / che non abbandona”. E proseguendo nella lettura ci accorgiamo che il linguaggio della poetessa assume sempre più la forza espressiva propria dei mistici come avviene nella seconda strofa: “Tu sei l’Altro / che abbraccia tutto intero / il mio essere e lo lascia / libero nell’amore” e similmente nella quarta: “Sei tu la Bellezza / che abbacina ed ogni volta / come la prima volta / mi lascia / senza fiato” (p. 51).

Un’immagine, quest’ultima della “luce” abbagliante emanata dalla Bellezza di Dio, che ritroviamo quasi identica in un’altra poesia, quella conclusiva della sezione, Vero come tu sei, dove s’incontra il distico: “Bellezza che abbacini in fuga // lungo il crinale dei giorni”. Tale reiterarsi in due testi diversi di un verbo visivamente molto forte quale “abbacinare”, induce il lettore a pensare a quanto sia radicato nell’autrice il sentimento di gioia che emana la suprema Bellezza di Dio.

Più che mai interessante è inoltre la diversità del contesto in cui sono calate le due poesie, dato che da un momento di mistica esaltazione della prima si passa a un momento di “rammarico” nella seconda; un “rammarico” sostanzialmente dovuto al fatto che, come bene osserva anche Simona Lo Iacono nella sua lucida prefazione al libro, questo Dio, che pur “costella il cammino [dell’uomo] di segnali e pegni d’amore”, non sia compreso purtroppo da tutti, ma “ai più [invece] appaia distante”. Molti infatti sono gli uomini, ci dice la poetessa, che ignorano la sua “immensa bontà”; gli uomini che “non sanno” (o forse meglio non vogliono sapere), che Egli è “l’Alfa e l’Omega, / il Principio e la Fine di tutto”; gli uomini che “non conoscono” (e non riconoscono) che Egli non è un “despota”, bensì un “Padre” affettuoso (p. 58).

Evidente è qui l’allusione alla fredda razionalità degli intellettuali che li porta a seguire unicamente la ragione (le “laiche intelligenze raggelate / da una fretta d’umane finzioni / che smemora”). Spontaneo viene a tale proposito alla mente il pensiero di Pascal, per il quale l’esprit de géometrie e l’esprit de finesse dovevano procedere insieme, dato che, se disgiunti, non davano alcuna possibilità di ottenere una vera conoscenza. “Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce” e ancora: “Conosciamo la verità non solo con la ragione, ma anche col cuore”, sono due pensieri molto celebri.

L’importanza di Dio come Padre per la nostra autrice ci viene chiarita nella poesia Come cercano i nidi al tramonto, dove è la figura del Padre Celeste a prendere il sopravvento su quello terreno, al quale così si rivolge: “io non ti chiamerò più padre // ora che un altro Padre conosco / che mi ha chiamato per nome / e solo mi attende / sulla strada deserta”. Ed infatti è a Lui, al Padre Celeste, che ora totalmente si affida, così come prima si affidava all’amato genitore, la cui figura emerge netta dalla bella poesia più volte ricordata.

Particolarmente significativa per quanto riguarda l’ispirazione religiosa della Di Lorenzo appare inoltre la poesia in onore della Vergine, che inizia: “Dodici stelle ha sul capo / la Rosa del Creato, corona / regale di dodici luci”, dove oltre alle espressioni di fede che da essa emergono, si riscontra un elemento simbolico di notevole interesse, quale il numero “dodici” che riguarda sia le tribù d’Israele, sia i 12 apostoli e sia le costellazioni celesti “che ardono / eternamente nel cielo” (Dodici stelle ha sul capo).

Tra i principali motivi che si affacciano in questo libro vi è anche quello amoroso: “Incontrarti / non è stato conoscerti / ma trovare il tuo viso / dentro un’attesa di secoli” (Incontrarti); così come vi è quello dell’affetto per gli amici, che si trova ad esempio in poesie quali Portico d’Ottavia, dove viene evocata la figura del poeta Elio Fiore, alla Di Lorenzo particolarmente caro e di cui più volte si è occupata a livello critico: “La felicità, caro Elio, è questo essere vivi / se l’avvenire già lo sappiamo / alle spalle, è questo azzurro // infinito che respiro”.

Ed accanto all’amore e all’amicizia ecco un’intera sezione, Tra i vivi, in cui compare il dolore del mondo, attraverso l’evocazione del bombardamento del quartiere di San Lorenzo al Verano a Roma, avvenuto il Diciannove luglio millenovecentoquarantatré, durante la Seconda Guerra Mondiale: “Accadde / tutto / in un attimo // il rombo che squarciava / crescendo / le orecchie la sciabola di luce / che all’improvviso // negli occhi lo accecò / in un istante” (Calma innaturale, calma apparente); “Gli uccelli dalle piume / di acciaio sganciavano ordigni / di morte sulla città / dei vivi” (E poi nel buio); “Nessuno se ne avvide / lo credettero svenuto / ma era morto (Così doveva essere).

Largo spazio occupa inoltre in questo libro il motivo del recupero del tempo passato, filtrato attraverso la dimensione del ricordo. Sono i momenti in cui la nostra poetessa, volgendo indietro lo sguardo, per cogliere il bene e il male dei giorni, si rivede nella luce di altre età, delle quali talora avverte il richiamo: “Quel gruppo assorto / sul precipizio del tempo / ritorna adesso alle risacche / del cuore, riverbero / d’infanzia pietrificata” (Quel gruppo assorto); “Ricorda bene: anche quel giorno / cadeva di lunedì / e c’era / lo stesso caldo / soffocante. // Nell’arcipelago della memoria / i ricordi sono isolotti / lucenti che il tempo / non erode” (Ricorda bene: anche quel giorno); “Fui data alla luce un dodici / giugno, di venerdì / giorno della passione del Figlio / e battezzata nel solstizio d’estate / Maria come la madre di mio padre / Maria come la madre di Dio” (Dodici stelle ha sul capo). Ma si vedano anche espressioni quali: “Dissoda il campo della memoria” (p. 77); “Sotto il plotone dei ricordi “ e “dal fuoco incrociato / della memoria” (p. 81). Accanto alla magia dei ricordi, affiorano però vivide anche le epifanie del presente: “Corrono leggere le nuvole nel cielo” (Corrono leggere le nuvole) e le assorte meditazioni sul nostro vivere: “Senza posa è la vita / a nutrire un desiderio / che con l’uomo non muore” (Quante rive lucenti conosce).

Ma sempre ti perdo, mia vita, appare pertanto un libro complesso, fatto di luci e di ombre, nel quale s’incontrano anche importanti riferimenti culturali (Eliot, Fiore, la Campo, ecc.). Ma principalmente quella che emerge da questa silloge è una poesia ricca di molto pensiero, incisiva e ben ritmata, dalla quale affiora la vita, col suo bene e col suo male, che ogni volta ritorna e che, anche se perduta, rinasce, per riaffermare i suoi diritti, con uno slancio che non ha mai fine.

LILIANA PORRO ANDRIUOLI

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“Ma sempre ti perdo, mia vita, / e ancora non ti conosco”: sono questi i versi con cui si chiude il nuovo libro della Di Lorenzo, il primo dei quali è quello eponimo. L’accento è qui posto sulla parola vita ed infatti è proprio lo sguardo rivolto sul cammino esistenziale compiuto l’elemento che fa nascere la poesia e la anima.

L’autrice si proietta nel passato, di cui ode i richiami e nel quale si ricontempla: “Non ascoltavo che il cielo / la radice degli oggetti, l’affilata / durezza dei corpi terrestri” (Ogni crescita è morte, è morte ogni nascita); “Ci stringeva dintorno un assedio / di chimere / … / Ma non chiedeva uscite di sicurezza / lo scacco” (Il grado zero); “Quel gruppo assorto / sul precipizio del tempo / ritorna adesso alle risacche / del cuore…” (Non è che un ricordo); ecc.

E dal passato le giungono anche volti di cari amici scomparsi, come quello del poeta Elio Fiore, evocato nel Portico d’Ottavia, una poesia che riprende un suo titolo e dalla quale egli emerge in maniera netta e sicura, “dolce e risoluto, con gli occhi colmi / di vento”, come l’arcangelo Gabriele; e ritornano Gli occhi del padre, da tempo scomparso: “… se corri a precipizio nei tuoi pensieri / più sicuri ritornano ancora / dai passi di ieri / gli occhi del padre”.

Ma anche ritornano le visioni terribili della guerra, in una sezione intitolata Tra i vivi, dove è ricordato il bombardamento del quartiere romano di San Lorenzo al Verano, avvenuto il Diciannove luglio millenovecentoquarantatré, durante la seconda Guerra Mondiale.

Qui la voce della Di Lorenzo si fa dolente nel ricordare lo strazio dei moribondi e dei sopravvissuti: “Figlio! / Respira, figlio mio… / respira / insieme a me!”; “Aprirono un varco / i picconi, e un arco s’infranse / all’improvviso / cedette con schianto // Sotto i suoi occhi / fuoco e coltello / la dura pazienza dei morti”; “La casa fu persa e le cose / la vita soltanto da abitare; ecc.

Un’altra tematica è poi presente in questo libro, ed è quella del Trascendente, che emerge un po’ dovunque, ma specialmente affiora dalla sezione intitolata Anima Mundi, dove troviamo versi quali: “… io non ti chiamerò più padre // ora che un altro Padre conosco / che mi ha chiamato per nome / e solo mi attende / sulla strada deserta”; “Il tuo nome è Fedeltà. / Per questo solo io ti amo”; “Dodici stelle ha sul capo / la Rosa del Creato, corona / regale di dodici luci”; “l’Alfa e L’Omega, / il Principio e la Fine di tutto”.

Immagini di vita ed immagini di morte si alternano inoltre un po’ dovunque in questo libro, dove il dolore ha per contrappeso la speranza e dove le “voci argentine” dei “ragazzi che sciamano” nel Portico di Ottavia si alternano ad altre, come quella di Ciccina che ha lasciato / un coniglio di pezza / e una promessa: non piangete, / tanto non vi abbandono più…” (Il sonno e la festa).

È infine da notarsi che in questo libro la poesia assume l’aspetto di folgorazioni improvvise, sull’onda di marcati ritmi, quali: “Scrivo le mie lettere al lupo / un passo falso ci farà / barricati dentro la vita” (Fuoricampo); “… l’amore è vano / se le sue incognite / assidera / l’orgoglio” (L’amore non esiste per essere condiviso); “Andare oltre volevo / le carezze ondulate / dei vostri sorrisi” (Il dio passato); ecc.

Un dettato incisivo, dunque, quello dell’A., e nascente da un’interna musica, quale si conviene a chi cerca l’espressione attraverso una poesia essenziale ed intensa.

ELIO ANDRIUOLI

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DAI MIEI LETTORI

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È un libro molto bello Complimenti vivissimi. È stata una lettura colma di sensazioni e di introspezioni, di quotidianità e di tracce che spingono a sentire e pensare oltre…

Alberto Mancini

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Semantica profonda, in versi che demandano all’incanto, nel mistico stupore di occhi che scutano oltre…complimenti, sei tu, ci sei tu dentro questi versi, la tua anima e la tua intensa essenza! Spero che “Ma sempre ti perdo mia vita “abbia il successo che speri e che meriti. Un in bocca al lupo!

Antonella Vara

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Nelle alate liriche, dense di significato, trapela l’anima grande e sensibile. Il coraggio non manca per le crude metafore dell’esistere. I sobri bellissimi versi, rapidi come dardi, mirano al cuore, all’essenza delle cose. Una vita non persa… destinata solo ai Portali dell’Eternità!

Maria Teresa Santalucia Scibona

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Poesie di versi cesellati con parole precise, scandite nella sonorità del tempo che circonda quella solitudine del dialogo con se stessi e il proprio credo.

Francesco

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Carissima Maria Amata,

ho preso il tuo libro che sto sfogliando con calma. Due tre testi ogni sera prima di dormire, perché leggere tanti di essi è in un certo senso come recitare una preghiera.

In questo cammino, poetico ed umano, che nulla censura del vivere e tutto riporta ad un senso – sia il bene che il male – è di consolazione e anche di letizia lasciarsi attraversare dai tuoi versi. Talora lievi come il volo di un gabbiano, talora scabri come carta vetrata che brucia nell’anima, ma sempre con la speranza di una meta certa e di una mano che non ti abbandona.

Grazie di questa tua chiarità e di questo tuo proporti senza infingimenti.

Franco Casadei

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