Thérèse e la moneta del santo bevitore

di MARIA AMATA DI LORENZO

Parigi, aprile 1934. È freddo sotto i ponti della Senna e Andreas, un vagabondo senza tetto né legge, cerca riparo, come ogni sera, sotto un mucchio di giornali per proteggersi dal gelo pungente della notte.

È ancora giovane, ma vivacchia come può tra lavoretti precari, piuttosto rari, e grandi bevute di vino.

Perché vive così, e qual è il suo passato?

Non lo si riesce a capire sul principio, ma quel che un giorno gli capita sarà destinato a cambiare la sua vita, incanalandola in una direzione a prima vista misteriosa e oscura.

Un giorno, appunto, un distinto signore lo avvicina, sul Lungosenna, per offrirgli la somma di duecento franchi.

Andreas ha fame, ma fa fatica ad accettare il denaro dello sconosciuto, proprio non vuole, e alla fine acconsente a un patto, quello di riconsegnare i duecento franchi nella Chiesa di santa Maria di Batignolles, come offerta alla statua di santa Teresa di Lisieux.

Un patto davvero singolare, ma Andreas, che è un uomo d’onore, pur senza indirizzo, lo assume come un impegno assoluto. Vivrà solo per questo, per riportare i soldi alla “signorina Thérèse”.

Ma la cosa è assai più facile a dirsi che a farsi. Da questo momento, infatti, gli succedono tante e tante di quelle vicende, strampalate e incredibili, che ritardano ogni volta l’esecuzione della promessa solenne da lui fatta all’anziano benefattore.

Poco alla volta, allora, noi veniamo a scoprire il suo passato.

Andreas Kartak aveva abbandonato la Slesia polacca, nella quale era nato e faceva il minatore, per andare in Francia. Qui era stato ospitato da una famiglia di connazionali, i coniugi Schebiec, che gli avevano offerto un alloggio mentre lavorava in miniera. Si era però innamorato di Caroline Schebiec e, per evitare che il marito, venuto a conoscenza del tradimento, la massacrasse a legnate, l’aveva colpito a sua volta, uccidendolo.

Dalla galera era uscito un uomo distrutto e senza progetti: solo, senza la prospettiva di un lavoro, Andreas aveva finito col fare la vita del clochard, dormendo sotto i ponti della Senna.

Ora, dopo l’incontro col misterioso benefattore, il vagabondo in cuor suo si sente “ricco” e per  prima cosa, l’indomani, decide di radersi e di comprare un giornale per sapere che giorno fosse quello.

Mentre fa colazione viene avvicinato da un signore che gli chiede se può aiutarlo nel trasloco, venendo pagato immediatamente con cento franchi e con altri cento dopo aver completato il lavoro.

Questo lavoro dura due giorni e al termine, la domenica, Andreas decide che è ora di andare a pagare il suo debito alla cappella di santa Teresa. Ma mentre si dirige verso la chiesa incontra Caroline, la sua vecchia “fiamma”, e passa la giornata con lei dimenticandosi completamente del debito da saldare. Il giorno dopo se ne torna a dormire sotto i ponti.

Una notte, però, Andreas sogna santa Teresina che gli chiede i duecento franchi del debito: destandosi dal sonno si accorge di avere nel portafoglio l’incredibile cifra di mille franchi.

Nella tabaccheria in cui corre a farsi cambiare i soldi gli sembra di riconoscere un suo vecchio compagno di scuola, ora ritratto in vesti di calciatore famoso. Decide così di andare al cinema, e poi di cercare il suo vecchio amico, Kanjack: lo trova in un albergo di lusso dove il suo compagno alla fine della giornata gli affitterà una stanza.

Il debito con santa Teresina è ancora una volta dimenticato. Infatti, dopo essersi lavato, Andreas incontra fuori dalla sua camera una bella ragazza di cui s’invaghisce all’istante, passando la notte con lei, ed anche il giorno seguente.

L’indomani però è domenica e lui se ne va, con l’intenzione di raggiungere finalmente la chiesa dove Teresina lo aspetta.

Sulla strada, però, incontra Woitech, un suo compagno di miniera: va da sé che mollerà i suoi buoni propositi per andare a sbronzarsi con lui nel bar proprio vicino alla chiesa.

Woitech gli chiede dei soldi e lui gli dà tutti quelli che aveva messo da parte, così alla fine non gli resta che tornare sotto i ponti. Ma un signore, saputo che lui è molto devoto a santa Teresa, gli consegna duecento franchi perché Andreas possa pagare il suo debito.

Il lupo, però, come si dice, perde il pelo, ma non il vizio: Andreas passa le notti seguenti al Tari-Bari, un locale sulla Senna, dove la domenica mattina, al momento di saldare il conto, non gli resta più uno spicciolo per il suo debito.

A questo punto, che fare?

Il clochard, a cui non fa certo difetto la fiducia nella Provvidenza, una fiducia pari quasi alla sua sventatezza, si presenta ugualmente nella chiesa di santa Maria di Batignolles, speranzoso di riuscire in qualche modo a trovare i duecento franchi che gli occorrono.

E, infatti, un poliziotto lo ferma per strada e gli consegna un portafoglio non suo, dicendogli che l’aveva appena perduto.

La circostanza, come le altre del resto, sa proprio di miracolo, ma l’incorreggibile Andreas Kartak viene distratto ancora una volta dall’amico Woitech, con il quale va ad ubriacarsi in un bar.

Qui c’è una bimba di nome Thérèse che, ormai brillo, gli ricorda la santa e il suo debito d’onore.

Andreas è ormai allo stremo delle forze, il suo cuore malandato non regge più l’alcol e il vagabondo, a un certo punto, crolla a terra esanime.

Non essendoci neppure un medico nelle vicinanze, il barbone viene portato nella cappella di santa Teresa di Gesù Bambino dove, prima di spirare, si tocca i soldi nella tasca dicendo: «Signorina Thérèse!».

Finalmente ha pagato il suo debito.

La leggenda del santo bevitore di Ermanno Olmi che, quando nel 1988 fu presentato alla XLV Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, conquistò il pubblico e la critica con l’assegnazione del prestigioso Leone d’oro, è un film poetico e molto suggestivo, che ha il suo centro narrativo, il cuore che irradia tutta la storia, nel mistero della grazia e della gratuità dell’amore.

La pellicola nasce da un testo narrativo, l’omonimo romanzo che lo scrittore ebreo austriaco Joseph Roth lasciò come testamento spirituale, morendo pochi giorni dopo averlo composto, a Parigi nel 1939, consumato dall’alcol e dalla disperazione per l’ondata di odio, di antisemitismo e di furore autodistruttivo che stava avvolgendo l’Europa alla vigilia della seconda guerra mondiale con la tragica ascesa al potere del nazismo e di Hitler.

Una vicenda, quella del “santo bevitore, dall’intenso sapore autobiografico, in cui uno dei più grandi autori del Novecento, questo scrittore ebreo di nascita ma fortemente affascinato dal cattolicesimo, affida al personaggio di santa Teresina il ruolo sicuramente più importante della storia: è lei il demiurgo, quella specie di nocchiero invisibile che traghetta l’anima di Andreas sulla sponda dell’eternità, nell’abbraccio con Dio.

Ma perché proprio Teresina?

Forse per l’esperienza, certamente singolare, vissuta dalla santa di Lisieux nel suo farsi compagna di strada e sorella di tanti uomini e donne privi di Dio, per aver vissuto come loro, e insieme a loro, sentinella dell’invisibile, la terribile esperienza di vuoto che nasce dal buio della fede, dentro le viscere segrete dei loro anni indecisi.

Perché un giorno Teresina aveva accettato di sedere a «quella tavola colma di amarezza alla quale mangiano i poveri peccatori», condividendo con tanti uomini del suo (e nostro) tempo «i ragionamenti dei peggiori materialisti», e potendo proprio per questo testimoniare, dall’interno del dramma dell’ateismo contemporaneo, il miracolo della solidarietà e dell’intercessione.

*

Andreas, il “santo bevitore”, nella sua cocciuta determinazione di riconsegnare il denaro ricevuto in dono alla statua della santa di Lisieux, sembra svelarci, proprio alla fine della storia, il più misterioso dei segreti dell’esistenza umana, che è poi l’essenza stessa, la radice del cristianesimo: Dio è un amore mendicante.

Dio è quell’amore, senza “se” e senza “ma”, che sempre aspetta, che sempre accoglie, e non si stanca mai, e mai si rifiuta di aprire le braccia ai suoi figli peccatori, a quest’umanità fragile e dolente, che gli trafigge il cuore con le sue infedeltà, con l’incoerenza della propria vita, dono incommensurabile eppure sciupato spesso con giovanile noncuranza in mille cose futili, di questo tempo da lui donato a piene mani, dono prezioso anch’esso, eppure anch’esso buttato via, tante volte, come oro di scarso valore, moneta falsa.

Come Andreas, il vagabondo che dopo aver sperperato con disperata allegria la sua esistenza fra bistrot e bordelli, muore con il nome di Teresa sulle labbra.

Il suo desiderio di riscatto lo fa più forte della sua incoerenza: la vita lo ha travolto senza togliergli l’originaria innocenza, che neppure l’alcol e la miseria hanno oscurato. Confusamente, egli infatti sa che c’è una luce per lui, da qualche parte.

Un amore più grande che lo attende.

Che ci attende.

Come si fa, allora, a vivere senza il mistero?

*

© Maria Amata Di Lorenzo, dal volume Nome in codice Teresina. Il romanzo di Teresa di Lisieux.

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Maria Amata Di Lorenzo
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Maria Amata Di Lorenzo

Terapeuta a indirizzo psicobiologico, Maria Amata Di Lorenzo è specialista in psicologia della salute ed esperta in guarigione del sistema mente-corpo e medicina energetica, ha conseguito inoltre la preparazione in Assertiveness Coaching, per la gestione emozionale dei conflitti interpersonali in ambito familiare, affettivo e professionale. Insegnante di tecniche energetiche e spirituali applicate alla creatività e alla salute, Maria Amata aiuta le persone a scoprire e mettere in pratica il loro potenziale creativo per la crescita personale e l'autoguarigione. È autrice di numerosi libri - romanzi, raccolte di poesie e saggi letterari e spirituali - tradotti in diverse lingue (inglese, portoghese, spagnolo, polacco, turco, ceco, sloveno). Il suo blog è www.mariamatadilorenzo.it
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3 thoughts on “Thérèse e la moneta del santo bevitore

  1. come sempre hai colto l’essenziale che in questo caso è l’amore ostinato e creativo di Dio per ognuno di noi, un amore che si fa proposta e mendicanza.

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